Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Alice Miller, Il dramma del bambino dotato

L’ultimo post pubblicato – Ian Testa ci pensa su – nasceva (condividendo in questo la medesima sorte di tutti gli altri) in un ritaglio di tempo, in quello spazio di semi-libertà che ogni giorno mi offre il treno che mi porta a lavoro o a casa. È nato come appunto buttato giù di getto a pagina 16 del breve e densissimo saggio di Alice Miller, psicoanalista di Zurigo, dal titolo Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Riscrittura e continuazione. Un appunto poi ripreso e perfezionato dopo che sono passato, di ritorno a casa, per la piazza principale del quartiere semi-periferico in cui vivo e dove (più o meno ovviamente) campeggia una chiesa in cui stava per iniziare un funerale che si preannunciava affollatissimo. Decine di persone erano in attesa che iniziasse la funzione. Erano così tante che, passando, mi sono trovato a chiedermi quello che chiunque (forse) si sarebbe chiesto in circostanze simili: ma quanto amore ha seminato questo uomo o donna? Tanto, altrimenti non si sarebbe spiegata la presenza di tutte quelle persone. Mi sarebbe piaciuto capire se c’erano un coniuge, dei figli, dei nipoti, dei bisnipoti, ma per ovvi motivi non ho potuto indagare. Mentre salivo le scale di casa arrivavo più o meno alla seguente conclusione: ognuno, indipendentemente dall’età, dovrebbe chiedersi quali e quante persone si presenterebbero al suo funerale se dovesse morire sul momento. Dovrebbe inoltre provare ad immaginare con quali sentimenti queste persone si presenterebbero. In questo senso ogni funerale verrebbe ad essere, ben oltre una semplice cerimonia, la cartina di tornasole di un’intera vita. Al di là delle fortune e delle peripezie, oltre al lancio di dadi degli eventi, la fila al proprio funerale (sempre che la si voglia) ce la si costruisce con la vita, con le energie spese con-per gli altri. Che vita è stata quella di chi si ritrova con un pugno di persone al proprio funerale? Perché non si è stati in grado di (o non ha voluto) circondarsi di persone care? Quale dramma si nasconde dietro una chiesa vuota? Non è forse vero che sullo sfondo di una chiesa vuota, lo spirito del morto vola via velocissimo – in preda all’uragano dell’oblio – perché la vita sua è forse stata vuota, così come vuoti sono stati i suoi rapporti…e pertanto nulla lo lega (lo ha mai legato) a questo mondo? Insomma, benché il giro sia stato lungo e tortuoso e, come sempre, costellato di forzature e smagliature del pensiero, il dramma di Ian Testa è quello di chi fa un breve ripasso, una ricognizione sullo stato delle cose a partire da esigenze urgentissime che (probabilmente) hanno molto a che fare con l’opera della Miller. La sua chiesa, quella di Ian, era piena, forse perché anche se nella sua personalissima vicenda qualcosa era andato storto, tuttavia non tutto era andato in malora e, vuoi la fortuna, vuoi un po’ di intelligenza, di coraggio o qualche incontro insperato, Ian era riuscito a mantenere vivo il fuoco e qualcosa di questo fuoco, anche se con enormi difficoltà, riluceva ancora ed era visibile. Riluceva mentre lavorava, anche se la parte disastrosa che tuttavia albergava in lui lo costringeva a guardare fuori dalla finestra…questo scintillare, tuttavia, era egli stesso, lo Ian Testa uscito decisamente malconcio da sotto le macerie di un passato in larga parte a lui stesso opaco. Ma ne era uscito, mentre molti rimangono là sotto sepolti, vivi e non vivi, fuori e dentro il mondo, e da lì guardano, ascoltano, parlano, ma in modo assai confuso…

Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, “riparare i guasti”, riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l’unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile – e tuttavia così crudele – dell’infanzia e di trasformarci da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa.

La Miller parte da alcune considerazioni di fondo. Prima fra tutte il rischio sempre presente, in ogni bambino, di essere esposto alla solitudine e all’abbandono. Non si tratta, qui, di casi estremi, di infanzie distrutte da sfruttamento, gravi maltrattamenti o cose del genere, ma di bambini che vengono allevati in normalissime famiglie ed in normalissimi contesti che, però, senza che la cosa sia percepita, espongono l’infanzia a privazioni impercettibili ma continue, e che spesso vengono confuse con il lavoro dell’educazione, ma che, in realtà, sono semplice produzione di solitudine, incomprensione ed alienazione. Ogni bambino ha bisogno di essere preso sul serio per quello che è e desidera, perché solo entro l’orizzonte di una piena considerazione dei suoi desideri, interessi ed emozioni può sviluppare il suo vero Sé. Quando questo non accade è perché i genitori di questi bambini sono a loro volta stati oggetto di tale mancanza di considerazione e, pertanto, non sanno cosa sia la considerazione ed il rispetto. Il dramma del bambino dotato, spesso così precoce, così intelligente ed intuitivo, così avanti nel linguaggio e nel comportamento, questo vero e proprio orgoglio dei genitori, destinato a diventare qualcuno e, in generale, a fare qualcosa di importante, ecco, questo bambino spesso ha dovuto diventare esattamente questo tipo di bambino. Perché hanno “una sensibilità tutta particolare per i segnali inconsci dei bisogni altrui“, della madre innanzitutto. In tal modo il bambino rassicura il genitore insicuro, accoglie le sue richieste in modo completo perché solo questo può garantirgli una “sopravvivenza” che è un tutt’uno con l’assicurarsi l’amore (inconsapevolmente ricattatorio) della madre. Questi bambini dotati, diventati adulti, si porteranno sempre dietro l’ombra della depressione, del dolore, un senso di vuoto che è il sovescio, la traccia, il conto salato, dell’antica rinuncia al vero Sé e alle vere esigenze ed emozioni e desideri cui avevano rinunciato. Avevano scelta? Probabilmente no. Conformandosi alle aspettative di chi si occupa di lui, il bambino deve rinunciare/rimuovere il proprio bisogno di amore ed attenzione, così come deve reprimere le proprie reazioni emotive alle delusioni, ai rifiuti ed alle incomprensioni di cui fa quotidianamente esperienza. Questi bambini sono incredibilmente bravi nel tenere lontani da sé i sentimenti, sottomettendosi alle silenziose istruzioni che giungono loro dall’inconscio della madre. Tutto questo implica la formazione di un falso Sé in cui ci si “limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere“, mentre il vero Sé non può svilupparsi, atrofizzandosi. Il bambino che non può sviluppare se stesso non accede alla propria rabbia e frustrazione, perde di vista i propri desideri e la propria volontà e, in poche parole, fa coincidere il suo stesso essere con ciò che rischia di farlo allontanare dalla madre – lì dove la lontananza dalla madre, ossia la sottrazione del suo amore, significa andare incontro alla morte. La vita che però questo bambino, suo malgrado, va a costruirsi, poggia su fragili fondamenta. Perduto il vero Sé, la possibilità di esprimerlo e vivificarlo, è inevitabilmente esposto al senso di vuoto, alla incapacità di instaurare rapporti umani soddisfacenti e alla continua insoddisfazione di sé, dato che l’unico amore che si riesce a concepire è quello che viene dalla prestazione. Quello che autenticamente si è non esiste, è stato messo fuori dalla coscienza – il bambino è stato fin da sempre abituato a dare prova di sé, a superarsi, a scavalcarsi, a dare-il/essere-al massimo.

Dietro all’orgoglio per il bambino si cela – pericolosamente vicina – la vergogna qualora questo bambino non soddisfi le attese riposte in lui…la tragica illusione secondo cui l’ammirazione equivarrebbe all’amore…[da adulto] egli ha successo e gode di riconoscimenti che tuttavia non possono essere più di quello che sono, non cioè possono colmare vecchie lacune. L’antica ferita non può guarire finché viene negata in maniera illusoria, vale a dire nell’ebrezza del successo. La depressione porta in prossimità della ferita, ma è solo il vivere il lutto per ciò che si è perduto, per ciò che si è perduto nel momento decisivo, che consente di rimarginarla realmente…

Insomma, le prestazioni, per quanto eccellenti, non possono risarcire antiche perdite. Come dire, non c’è moneta o valuta possibile che possa andare a sanare qualcosa che assume tutti gli aspetti di una vera e propria bancarotta emotiva. Bisogna rinunciare a questi falsi averi, così come al bambino usato per le sue prestazioni, un bambino che, a sua volta, ha rinunciato a sé per un amore fatto di carta straccia. Come riprendere quel passato? Come accedere nuovamente a quel fondo di delusione misto a dolore e bruciante senso di abbandono ed umiliazione? Il lungo percorso di riappropriazione implica il ritorno a quei contenuti tanto spiacevoli, al bambino che non era semplicemente il bambino dotato, ma anche, necessariamente, il bambino “piccolo, inerme, impotente, sottoposto agli altri, scomodo, difficile…“, quello che era alla disperata e rabbiosa ricerca della disponibilità emotiva dei genitori, quello che era costretto a grandi prestazioni.

Adesso la scena mi appare un poco più nitida. Ian Testa che risale faticosamente la china, il treno che fugge in avanti, mentre lui, col pensiero, è un gambero che attraversa a ritroso il tempo e gli eventi. Per capire cosa? Niente, perché capire non è sufficiente – perché quel capire sempre più preciso e lucido non è, in fondo, altro che prestazione, l’ennesima buona prestazione che però lo mantiene e lo caccia nuovamente nel circolo vizioso. Il funerale di Ian Testa è una sorta di anticamera, è la puzza di bruciato che filtra da una porta chiusa, è il penultimo passo…dovrebbe semplicemente andare in confusione e vedere cosa succede…

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6 commenti su “Alice Miller, Il dramma del bambino dotato

  1. Alessandra
    aprile 6, 2017

    Questo saggio della Miller l’avevo letto parecchi anni fa, in una fase in cui mi sentivo particolarmente attratta da argomenti psicologici. Dopo aver letto questo tuo bellissimo intervento, devo per forza rispolverarla.

    • tommasoaramaico
      aprile 6, 2017

      Grazie. Non è un saggio “fondamentale”, tuttavia (anche se relativamente datato) mantiene una sua freschezza ed immediatezza. Da rileggere/sfogliare più volte e a distanza di tempo.

  2. Tratto d'unione
    aprile 8, 2017

    Essere un bambino dotato e, contemporaneamente, non amato è forse una delle condizioni più dolorose della vita.
    È comunque quando anch’io penso a chi verrebbe al mio funerale, inevitabilmente comincio a canticchiare “Si potrebbe andare tutti al tuo funerale, per vedere se la gente poi piange davvero, e scoprire che per tutti è una cosa normale, e vedere di nascosto l’effetto che fa.” E così rifletto sul fatto che, forse, nemmeno un funerale può essere la cartina tornasole di una vita e, alla fine, è solo chi l’ha vissuta che può dire come sia andata. 🙂

    • tommasoaramaico
      aprile 8, 2017

      E infatti aggiungevo anche con quali pensieri/sentimenti si presenteranno. Chissà, poi, quale sia la formula per tirare le somme…

  3. Pingback: Fughe del figlio | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 6, 2017 da con tag , , .

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