Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Luigi Pirandello, Lazzaro

Il dramma è poco noto e fa parte dell’ultima produzione di Pirandello (scritto nel 1928), in cui il tema religioso e sociale si mescolano in maniera esplosiva a partire da una rivisitazione del racconto di Lazzaro attraverso una vicenda che si consuma in una famiglia borghese del sud. I temi ci sono tutti: rapporto vita-morte, religione-vita, ma anche la questione bruciante del rapporto che l’uomo moderno deve avere con la scienza e la posizione che la fede deve assumere nei confronti del progresso scientifico – in questo senso il Lazzaro di Pirandello, benché scritto quasi un secolo fa, anticipa questioni attualissime.

L’impianto dell’opera poggia tutto sullo sconto fra Diego Spina e Sara, la moglie, a proposito dell’educazione dei figli, Lia e Lucio. Diego vuole educarli a partire da una religiosità dura, dogmatica, fatta di rinunce e privazioni, la donna – che incarna il vitalismo, la ricerca della felicità – si oppone duramente ad un sistema che fin dal principio getta questi ragazzi nello sconforto, nel dolore, nella solitudine – in sostanza, in una negatività di cui non comprendono le reali ragioni. Tali scontri portano ad una separazione, Sara va a vivere nella casa di campagna di famiglia (dove si innamora di un contadino di nome Arcadipane con cui ha addirittura due figli) e, separata dai figli legittimi frutto del matrimonio con Diego, rinuncia agli averi e agli agi della sua vita precedente per farsi contadina e lavorare nei campi – realizzando fino in fondo quella religiosità vitale e capace di tener conto della vita terrena di cui sopra si parlava. Diego Spina, al contrario, portatore di una religiosità autoritaria, inaridisce i rapporti umani e la pienezza della vita, si perde in una intransigenza tale da compromettere ogni suo rapporto: rinuncia alla moglie (voltando le spalle al proprio desiderio, al rimorso, alla rabbia e alla vergogna per la nuova vita di lei) e non presta una cura reale, effettiva e concreta ai figli (e come potrebbe, lui che ha lo sguardo puntato tutto sull’aldilà?), misconoscendone le effettive condizioni ed esigenze. Lia viene spedita in un convento di suore, per poi ritornarne su di una sedia a rotelle (malata di una malattia che è più dell’anima e solo per riflesso del corpo), mentre Lucio viene destinato a vestire l’abito sacerdotale, in seminario. Ad un certo punto, però, Lucio decide di abbandonare la strada che il padre gli aveva imposta, così da poter finalmente tornare dalla madre e risolvere tutti i conflitti e la sofferenza e il senso di bruciante solitudine che si porta dentro fin da bambino. Al tempo stesso avviene qualcosa di ulteriore: Gionni, il medico che segue Lia, con una iniezione riesce a riportare in vita un coniglietto tanto caro alla bambina. Purtroppo la felicità di Lia dura poco, dato che lo Spina non vuole che quella bestia tenuta-conservata-riportata in vita dal medico sia riconsegnata alla figlia…quella praticata da Gionni non è scienza ma stregoneria, magia, qualcosa che inverte l’ordine naturale delle cose e che, pertanto, è qualcosa di malefico. Anche al di là della felicità della figlia tanto sfortunata, lo Spina si mantiene entro i rigidi confini scavati dalla sua fede e lo fa con tanto rigore da passare sopra tutto e tutti. Ancora una volta, la religione sembra per definizione escludere la possibilità della felicità, anzi: la religione a suo dire autentica deve rinvenire nella felicità una sorta di tentazione, scorgervi sempre e comunque lo zampino del diavolo…la sua fede è esangue e del tutto opposta a quello della moglie, Sara, che invece rimanda alla vita….

SARA (indica il Crocefisso) Tu non vedi che Quello, e a tuo modo soltanto!

DIEGO Non bestemmiare!

S. Io? Sono la prima a inginocchiarmi! Ma Quello, sai, è lì per dare la vita, non per dare la morte!

D. Ma sta’ zitta! Che vuoi parlare tu di vita o di morte? Ti sei dimenticata che la vita vera è di là! Quand’è finita la carne…

S. Io so che ce l’ha pur data Dio, anche questa di carne, perché la vivessimo qua, in salute e letizia!

Ma la gioia cui fa riferimento Sara non è comprensibile per Diego, che ha di mira la frustrazione della carne, e di tutto quanto sia mondano, in vista di una totale ed asfittica dedizione ad una vita dello spirito che non contempla deroghe e concessioni di alcun tipo. Sara e il suo nuovo amore negli anni hanno vissuto e lavorato nel podere dello Spina facendone una sorta di Paradiso in terra. Quello stesso podere è adesso luogo dove lo Spina vuole creare un ospizio per i poveri del luogo. È lì che va a rifugiarsi Lucio, dopo aver deciso di rinunciare all’abito sacerdotale. Ed è proprio tale notizia che, giungendo all’orecchio dello Spina, fa precipitare gli eventi. Nel pieno di una crisi violentissima, Diego esce di casa e viene travolto ed ucciso da una macchina. Morto. O no? Per volontà di Lia, Gionni, il medico, interviene e dopo che l’uomo era stato dichiarato deceduto da ben due medici, viene miracolosamente riportato in vita – gettando però tutti nello sconforto più nero. Lo Spina ritorna in vita come nulla fosse accaduto, come si fosse svegliato da un sonno senza sogni. Non esiste dunque un al di là? Non vi è nulla dopo la morte, nulla da poter ricordare e raccontare una volta tornato in vita? Tutti, tranne lo Spina, sono sgomenti, persi in una desolazione che assume piena espressione attraverso la voce di Cico, un mendicante ed aiutante che orbita intorno alla famiglia Spina.

CICO Tu capisci: morto – non sa nulla. Dov’è stato? – Dovrebbe saperlo, e non lo sa. – Se non sa neppure della sua morte, nulla, è segno che, per chi muore, di là non c’è più nulla – nulla.

Il dramma prosegue e benché tutti vogliano tener celato allo Spina quello che è accaduto, la verità viene a galla, gettandolo in una crisi violentissima che lo porta a sparare contro Arcadipane e a dare sfogo a tutto quel furore che per anni, in vista di una ricompensa ultraterrena cui non può più credere, aveva represso. Ma ora non più, non dopo quello che è accaduto: “Non lo so! Non lo so! Posso far tutto!” urla Diego, “Non ho più ragione, più ragione di nulla! Posso far tutto!” riecheggiando esplosioni di dolore di sapore dostoevskijano. La realtà stessa, senza più fondamento, apre ad una libertà così grande e sconfinata da render tutto possibile e impossibile al tempo stesso: insieme con Dio (garante del senso, della verità, di ogni fine credibile) viene a cadere ogni criterio di giudizio che possa dirsi vero in senso assoluto e, quindi, ogni criterio di scelta di per sé…dove è stata l’anima mia nel tempo che sono stato morto? Questo si chiede lo Spina dopo aver sparato ad Arcadipane. Tutto pare perduto, ma non per il figlio, l’unico che, invece, proprio a partire da quella assurda vicenda trova nuovamente la fede che sembrava definitivamente perduta. Nessuno può veramente morire perché l’anima è in Dio, nessuno può veramente morire perché Dio è in noi. Non è quella la vera morte, non è stata quella dello Spina una resurrezione. L’unica morte possibile è quella che ci colloca al di fuori della comprensione (e del sentimento) della vita, mentre la vera resurrezione è quella che permette di accogliere e accettare la vita per come ci è data – questa è la nuova fede di Lucio, per come l’ha compresa grazie al contatto bruciante con la madre.

LUCIO …perché tu risorga dalla tua morte, padre. Vedi? Tu avevi chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover vedere l’altra di là. Questo è stato il tuo castigo. Dio t’ha accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa che è Sua, perché tu la viva – e la lasci vivere agli altri – lavorando e soffrendo e godendo come tutti.

Insomma, il discorso di Lucio (colui che porta luce e chiarezza) fa capire che lo Spina non aveva mai vissuto qua, così come non avrebbe mai vissuto nell’aldilà. Dalla morte (una vita vissuta in modo inautentico in questo mondo ed in questo corpo che ci è dato) non viene la vita (eterna beatitudine in Dio), così come dalla vita (per partecipazione all’eternità) non può venire la morte (distacco e abbandono di Dio). In Dio è solo vita e la morte è l’ignoranza di tale principio.

È forse troppo legata alla mondanità la visione (indubbiamente suggestiva) di cui è portatore questo Lazzaro. Forse consolatorio, schiacciato su di un vitalismo che affascina ma che lascia aperte alcune questioni. Quale consistenza ha una vita che può esserci sottratta da un momento all’altro da un incidente, una qualche disfunzione o chissà quale altra diavoleria? Cosa determina e definisce la vita in quanto vita? E ancora, si muore veramente? O il semplice fatto di essere stati, anche solo per un istante, non può essere cancellato dalla tomba? Cosa significa questo tornare alla vita di Lazzaro e come possiamo farlo nostro? È una rinascita che si dà nello spirito? E se sì, in che modo? Come rendere più precisa e comprensibile tale rinascita? Se ne può fare tesoro? O tutto si risolve in un gioco di parole e in realtà – nella crudeltà del Reale – le persone, le cose, le azioni, i fini ed i desideri che muovono ed animano ogni essere sono fatalmente destinati ad essere divorati dal nulla? Tutti questi interrogativi sono taglienti, tipo ami che si conficcano nello spirito e lo lasciano dolorante di fronte al mistero che avvolge non tanto la morte, quanto la vita stessa…in questo senso la morte e il tornare alla vita di Lazzaro devono essere compresi in modo del tutto alternativo, nuovo – sembrerebbe esserci qualcosa che si sottrae non tanto (e non solo) alla vita e alla morte, qualcosa che resiste a questa partizione delle cose, qualcosa che una volta venuto all’essere non può essere ridotto al non essere…qualcosa che non è l’essere per come è/esiste un tavolo o anche una persona o un qualche principio spirituale astratto e/o metafisico, bensì qualcosa di molto più concreto, ma che al tempo stesso non si lascia afferrare, qualcosa come l’aria che si respira e che è troppo difficile da dire e da capire, ma che è…

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4 commenti su “Luigi Pirandello, Lazzaro

  1. Alessandra
    marzo 11, 2017

    Non lo conoscevo questo dramma di Pirandello, ma ho il sospetto che sarebbe piaciuto anche a Flannery O’Connor, per il semplice motivo che pur essendo una cattolica osservante e fervente non digeriva, in realtà, il dogmatismo borioso ed esaltato dei tipi alla Diego Spina. In questo caso si potrebbe dire che è il figlio Lucio, attraverso la morte-resurrezione del padre, ad essere toccato in qualche modo dalla grazia. Reduce dalla rilettura dell’epistolario non potevo esimermi da un commento simile, spero chiuderai un occhio nel caso apparisse un po’ fuori luogo. Per tutto il resto, che dire? Che è sempre, ogni volta, un immenso piacere quello di leggere i tuoi articoli. Così come le tue riflessioni finali, in questo caso una sfilza di domande senza risposta ma impostate in modo così perfetto da non dover richiedere ulteriori aggiunte… se non la necessità di rifletterci sopra.

    • tommasoaramaico
      marzo 11, 2017

      Cara Alessandra, grazie mille per le tue parole così lusinghiere. Per nulla fuori luogo, invece, il tuo riferimento alla O’Connor. Questa autrice, a partire da Il cielo è dei violenti, in su, porta avanti un serrato corpo a corpo con il problema della religione “vera” (passami il termine) – e di come la fede rischi di separare il fedele dalla comunità, da coloro che lo circondano…Pirandello (anche senza raggiungere, a mio avviso, la stessa profondità) mette in risalto proprio questo possibile e pericoloso distacco, indicando un’altra via possibile…

  2. Guido Sperandio
    marzo 12, 2017

    Interessante il quesito, anzi i quesiti, posti. E attuali (O forse attuali lo sono stati sempre?). Specie oggi che siamo sempre più a contatto diretto, e sempre meno mediato, con altri modi, mentalità e comportamenti, per cui i confronti da te citati, si acuiscono su più larga scala.

    • tommasoaramaico
      marzo 12, 2017

      Sempre stati, direi. Così come la mancanza di confini certi e di idee forti (e cioè convincenti), rendono tutto più complicato.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 10, 2017 da con tag , .

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