Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La cella di Ian Testa

Beh, una cosa è certa, questo è un periodo duro. Lo sarebbe di meno, forse, se fossi in grado di fronteggiare gli eventi facendo qualcosa di rilevante, o usando la testa. Il problema, però, è che sono sostanzialmente inadatto al duro e rigoroso lavoro che impone il pensiero. Me ne sto imbambolato, come assente, vuoto e per di più incapace di agire. La capacità di pensare, programmare e prevedere fa purtroppo cilecca proprio lì dove più urgente è il suo compito, dove dovrebbe essere estremo rimedio all’incapacità di agire. Insomma, per farla breve, sono tutto tranne che un uomo d’azione, oltre che di pensiero. In questo blocco totale, inadatto al pensiero e paralizzato nell’azione – e per azione non intendo andare a lavorare o a fare la spesa, ma qualcosa di decisamente più sostanzioso – ecco, proprio in una tale situazione di stallo mi è caduto in testa un pensiero che si pensa fumosamente.

E quando dico che un pensiero mi è caduto in testa, intendo che è stata tipo una sassata. Insomma, le idee non è che sono nostre. Un’idea, un pensiero si produce in tutta autonomia. E uso il si nel senso di da sé. Sono convinto che le idee, come corpi carichi di energia, siano lì (come e se siano nate, da cosa o chi e perché ovviamente lo ignoro – ma non me ne interesso), siano lì a librarsi nell’aria e che poi, in vicinanza di un’anima ricettiva (uso il termine anima solo per pigrizia, per quella mancanza di predisposizione al pensiero rigoroso di cui sopra) vi si innestino per mettere radici, crescere e dare frutti.

Ecco, l’anima è precisamente ciò che di difettoso è in me, nel senso che è male orientata e che capta e drena più di quanto io sia capace di trattenere. La mia testa fa letteralmente acqua-pensieri da tutte le parti. Il problema è che non trattengo nulla, la mia mente-scolapasta lascia andar via tutto e il piatto rimane vuoto di pensieri…

Insomma, sono chiuso in questa cella perché ho ucciso. Beh, non è che io abbia propriamente ucciso, ovviamente, dato che non mi è data la possibilità di agire in senso stretto (e per agire, ribadisco, non intendo andare a pagare le bollette o al supermercato, bensì fare qualcosa di tosto, qualcosa di moralmente rilevante, tipo cambiare vita, dire la verità e via discorrendo). Anche la cella in cui mi trovo, che è fredda, buia e terribilmente scomoda, non è una vera cella, nel senso che non ci sono sbarre gelide, secondini e altri reclusi al tempo stesso buoni e leali ma capaci di qualsiasi atrocità. No, è qualcosa di simbolico, qualcosa che ha a che vedere con la mia condizione.

I pensieri maturano e in piena autonomia prendono corpo. E se lo prendono – il corpo – non in senso metaforico, ma in senso stretto, e la cosa mi disturba perché sempre più spesso mi sento uno strumento al servizio di idee che (per mezzo di me) vogliono trovare compimento. Sono mesi che il pensiero che mi è caduto in testa come una sassata mi fa ad uccidere ed anche questa mattina – condannato alla ripetizione – mi sono macchiato dello spaventoso delitto. Il reato l’ho perpetrato già molte altre volte: sui mezzi pubblici, a tavola con la mia famiglia, al cinema con mia moglie, allo zoo con i bambini. L’idea si attacca alla nuca e pulsa, spendo molte energie per non darle troppo retta, soprattutto sul posto di lavoro, proprio lì dove dovrei spazzarla via, lanciarla con forza nell’etere e così pensare altri pensieri, agire e finalmente parlare.

Il mio problema è Marta o Martina o come cavolo si chiama. Mi ferma per i corridoi, a scuola, o davanti alla porta della classe e mi fissa, in attesa di una mia parola. È trasandata, indossa vestiti sporchi che esalano tutto l’afrore di cui ogni adolescente è portatore, ha le unghie sporche e la maglia a maniche lunghe solo a stento copre le croste sulle sue braccia. Io non sono uno di quelli che le dicono di non farlo più, che deve volersi bene e sciocchezze del genere. Io me ne sto lì in silenzio ed ascolto. Io che ho seguito corsi e collezionato certificazioni che attestano la mia capacità di accogliere, comprendere ed aiutare ragazzi fragili, ecco, io, con le tasche piene di attestati me ne sto lì come uno stronzo.

La madre della ragazza è infermiera: trattamento del dolore per pazienti arrivati alla fine del loro viaggio e che non ne possono più di soffrire, anche se perlopiù – ne sono certo – la signora si fa sbattere nelle corsie del padiglione D dell’ospedale. Il padre, invece, è permanentemente sotto effetto di sostanze psicotrope e non si rende conto di nulla, o forse non gliene frega niente di tutta la storia.

La ragazza mi guarda da lontano, mi segue per i corridoi, vuole parlarmi ed io non capisco perché. Mi limito ad ascoltarla, quando parla, e, lo ammetto, ogni volta ci rimango come uno stronzo. Non ho formule, algoritmi, idee, schemi di pensiero sufficientemente forti, ampi ed accoglienti per proporle di entrarci dentro e permetterle di accoccolarsi e riposare un po’, finalmente serena. No, non ne ho. Dove metterli quei genitori di merda che si ritrova, il tumore allo stomaco che per due anni, quando ne aveva appena dieci, l’ha tenuta in ospedale fra indicibili dolori e vertiginose solitudini? Non ci entrerebbero i nonni perduti, il fatto che è bassa e sovrappeso, che è di gran lunga più intelligente dei suoi compagni e che questi, anno dopo anno, l’hanno umiliata e picchiata e giudicata ed isolata.

Ed io, che non so fare altro, mi nascondo anche se lei riesce sempre a trovarmi. Non so proprio perché lo faccia. Tutti i miei colleghi la cercano per parlarle ed abbracciarla, rassicurarla, pregarla di non fare più quello che fa. Ma lei continua a fare quello che fa e in più scappa da tutti loro per cercare me, che non ho nulla da dirle, che non oso sfiorarla e che appena riesco a sostenere il suo sguardo.

Questa mattina è scomparsa un’altra volta. Non era in classe con i compagni, alla fine della ricreazione. Ancora una volta in allarme, alcuni colleghi, il personale della scuola, la vicepreside, tutti erano alla ricerca di Marta, o Martina? È grande l’edificio, una valanga di aule, più di mille studenti, ed io, pieno di timore, mi sono rintanato nella mia classe a farneticare nemmeno io ricordo di cosa. Poi la vicepreside è venuta a chiamarmi. La ragazza si era nascosta in un’aula vuota al terzo piano. Non voleva nessuno, solo me. Con la morte nel cuore sono entrato nell’aula buia e, dopo aver accostato la porta, mi sono lasciato cadere su di una sedia. Martina, o Marta?, era seduta a terra, spalle al muro. Non c’era luce a sufficienza per capire l’entità delle ferite che si era inflitta. Non era quello a preoccuparmi. Martina, o Marta?, non vuole morire. Ero seduto, in silenzio, incapace di trovare anche solo una frase, una parola. Ma era lei a parlare. Diceva che era peggio, se non faceva questa brutta cosa dei tagli sulle braccia perché poi, quando tornava a casa e si ritrovava da sola, allora non si rendeva conto di niente, tanto andava in confusione. Così diceva, non era lei a fare quelle brutte cose, perché lei non si rendeva conto di nulla…

Ed io me ne stavo lì, in silenzio, e l’unica cosa che pensavo era che speravo le accadesse qualcosa di veramente brutto o che la cacciassero via dalla scuola una volta e per tutte perché non volevo più vederla o sentirla nominare. Si, senza volerlo il pensiero della sua morte prendeva piede. Mi avrebbe lasciato in pace una volta e per tutte, sarei tornato a lavorare come prima, altre idee avrebbero trovato campo libero, in me…e mentre ero lì, chiuso nel mio disgustoso silenzio, lei si era tirata su in piedi ed era uscita dall’aula, lasciandomi lì, solo, ad assorbire quella nuova dose di dolore. Sarei rimasto ancora lì, se Elsa non fosse entrata per pulire. Aveva alzato le saracinesche e dalle ampie vetrate il sole era entrato inondando l’aula e ferendo i miei poveri occhi. C’erano due goccioline di sangue sul vecchio pavimento impolverato. Poca roba, aveva sentenziato Elsa strizzando lo straccio nel secchio pieno d’acqua sporca. Già, sembrava poca roba, proprio come quei pensieri che si librano nell’aria e poi lentamente prendono corpo…

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7 commenti su “La cella di Ian Testa

  1. Guido Sperandio
    settembre 11, 2016

    Come possiamo aiutare Ian Testa che, designato ad aiutare, non riesce ad aiutare neanche se stesso?

    • tommasoaramaico
      settembre 11, 2016

      Credo proprio che uno dei problemi di I. A. sia di non essere in grado di farsi aiutare. È decisamente refrattario ad ogni tipo di prossimità con l’altro.

      • Guido Sperandio
        settembre 11, 2016

        Abbandono il caso 🙂 Non ho la preparazione psicologica né teorica. Io, che mi farei aiutare anche a sbucciare le banane, avessero la zip 🙂

      • tommasoaramaico
        settembre 11, 2016

        Lo vedi che I. A. non sbaglia quando si lamenta del suo essere lasciato a se stesso?

  2. Ivana Daccò
    settembre 12, 2016

    Forse, chi sceglie (sceglie?) di venir designato ad aiutare gli altri, è qualcuno che non sa/non può accettare aiuto per sé?

    • tommasoaramaico
      settembre 13, 2016

      In entrambi i casi sembrerebbe che vi sia qualcosa come una pura esposizione all’altro, senza diritto di scelta o possibilità di tirarsi indietro. È per questo, forse, che I. A. fa pensieri tanto brutti.

      • Ivana Daccò
        settembre 13, 2016

        Sì. È una lettura coerente

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 11, 2016 da con tag , , , .

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