Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

L’ansia di Ian Testa

Non è che io sia pazzo o ossessivo, così come vuole mia moglie – è solo che ho paura di morire. E allora, è forse reato? Sono relativamente giovane, sano, felicemente sposato, padre di due figli, con un lavoro stabile, un solido conto in banca, ottime analisi del sangue e delle urine, un elettrocardiogramma perfetto e così via, però ho una paura fottuta di morire. Ho talmente paura di morire che mi sento mancare. Ho talmente paura di morire che spesso mi trovo a desiderare di morire veramente per poter finalmente smettere di aver paura di morire potenzialmente. A mia moglie non capitano mai di questi pensieri, mentre io fatico a pensare ad altro. E lei, proprio lei, mia moglie, continua a ripetermi che dovrei andare a farmi vedere…me li dia lei i soldi per costringere qualcuno a sciropparsi tutta la lista di terrori che mi trascino dentro, col loro rumore sordo. E dovrebbe mettercelo lei tutto il tempo, la voglia e quella dose di coraggio che certo non può mancare, perché alle volte mi viene da pensare, quando prendo in considerazione i saggi consigli di mia moglie: che ne sarebbe di me, una volta libero da questi pensieri? Che ne sarebbe di me, se non avessi questi timori e tutto quello che a questi è legato a doppio filo? Che sarebbe di quel vizio che da anni mi accompagna e che mi tiene in vita, sempre che di vita in senso proprio si possa ancora parlare. Che ne sarebbe di un vizio che è tutt’uno con le parole che sto scrivendo in questo momento in cui il terrore non mi sta immobilizzando nella penombra del corridoio di casa, accasciato sulla panca mentre mio figlio è lì che mi cerca, “dove ti sei nascosto, papa?”, lui che gioca a nascondino con me, io col terrore che mi perseguita?

Io non so cosa ne pensa la gente, e del resto non è che di argomenti del genere se ne parla in ascensore, al bar, sui mezzi pubblici…esce fuori spesso, lo ammetto, sul lavoro…mentre sono in classe e parlo, e ogni scusa è buona per tornare sul mio pensiero fisso, e i ragazzi si fanno seri seri, si guardano fra loro e alla fine, lì dove ce n’è uno, l’ipocondriaco di turno chiede pietà, pregandomi di non parlare più di malattia, solitudine e di morte, della sua onnipresenza ed onnipotenza, del fatto che nulla possa resisterle e che solo il tempo speso per lasciare una qualche traccia di sé, tipo un figlio o un pezzo di carta con su scritta una qualsiasi cazzata che possa per qualche minuto rimanere impressa nella mente di qualcun altro, chiunque esso sia…ecco, che solo questo tempo può dare l’impressione e l’illusione del senso, aiutando o rimandando di un po’ il momento in cui sono destinati ad uscire fuori di testa tutti quelli che, come me, non sanno vivere.

Sapete cosa scriveva Erasmus, il nonno del ben più noto Charles Darwin? Beh, mia moglie ha ormai la nausea a forza di sentirmi recitare alcuni suoi paragrafi. Le ho quasi mandate a memoria, certe sue pagine. Aveva compreso molto, non dico tutto, e prima di tanti altri…

Le prime forti sensazioni che assalgono il bambino dopo la nascita sono provocate dalle difficoltà respiratorie accompagnate da oppressione al petto, e dal repentino passaggio da una temperatura di oltre 37 gradi al nostro freddo clima. Il neonato trema, e cioè mette in movimento uno dopo l’altro tutti i muscoli, per liberarsi dall’oppressione al petto, e comincia a immettere aria con respiri brevi e rapidi. Contemporaneamente il freddo fa contrarre la sua pelle arrossata, che gradualmente impallidisce; il contenuto della vescica e dell’intestino viene evacuato, e dall’esperienza di queste prime sgradevoli sensazioni deriva l’eccitazione ansiosa, che non è altro che l’aspettativa di sensazioni sgradevoli. Questa precoce combinazione di movimenti e di sensazioni si manterrà per tutta la vita successiva: l’eccitazione ansiosa provocherà freddo e pallore della pelle, tremore, accelerazione del respiro ed avacquazione della vescica e dell’intestino; e questi fenomeni diverranno così l’espressione naturale e universale di tale fenomeno sensitivo.

Già, mia moglie di queste cose non le vuole sapere più nulla. Dice che sta impazzendo e mi minaccia. Dice che mi sbatte fuori di casa, se continuo a mettere paura ai bambini. Per chi ne volesse sapere di più, l’opera si intitola Zoonomia. Io la seguo per casa, mia moglie, chiedendole delle risposte: “Vero che non muoio come un cane?”, “Invecchierò, vero?” e i bambini mi si infilano fra le gambe e mi guardano in volto alla ricerca del vero senso delle mie parole, perché io parlo piano, quasi sottovoce, implorando la loro mamma che di solito è tanto calma, dolce, amorevole, e invece in quei momenti ringhia ed urla, ordinandomi di stare zitto e di non parlare a quel modo davanti ai bambini, “Papà, stai bene?” mi chiedono, miei cherubini, in confusione. E solo allora torno in me, chiudo la bocca e li porto a giocare…perché non è sufficiente la loro assoluta fede in me, il loro amore incondizionato? Mia moglie non capisce come sia possibile, ripete la solita solfa su mia madre, che è una morta vivente, una sorta di buco nero, e di mio padre, un vecchio burocrate senza sentimenti…probabilmente ha ragione, ma non basta, in queste cose, aver ragione per poter “aver ragione” su quello che tanto mi turba…non sente il cuore che si dimena in gola, come un topo in trappola, non sa del tremore, finge di non accorgersi del mio pallore, del gelo che mi immobilizza le gambe, e non sa che quando entro in bagno è come se scendessi agli inferi e che me ne sto seduto sul bordo della vasca a tastarmi il polso o che mi piazzo davanti allo specchio, alla ricerca del severo disegno del teschio che modella le mie gote, misurando la depressione che mi porto sotto gli occhi umidi dopo l’ennesima notte insonne. Solo la dottoressa cerca di parlarmi, anche se è sempre lì col taccuino fra le mani, pronta a strappare un foglietto con su scritto il nome e il numero di uno psicoterapeuta, di uno che possa veramente aiutarmi. Dice, la dottoressa, che l’intestino è il secondo cervello e che è inutile fare altri esami e che non sarà lei a prescrivermi un altro elettrocardiogramma. Sono sano, nel corpo. Io non so bene cosa intenda, però so con certezza che con i suoi discorsi non mi aiuta a star meglio.

Sono rari i giorni di tregua, però ogni tanto uno di questi giorni arriva…allora la morsa della paura si allenta e un residuo di energia fluisce, dandomi un poco sollievo. Capita in questi giorni che qualcuno mi dia retta, e allora è come mi dicesse: “Parla, Ian Testa, ti ascolto”, e allora finalmente so con assoluta certezza che non morirò come un cane, non subito, almeno.

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9 commenti su “L’ansia di Ian Testa

  1. Guido Sperandio
    giugno 5, 2016

    Penso che non sia una particolarità solo di Ian Testa 🙂

    • tommasoaramaico
      giugno 5, 2016

      Vero. Una delle innumerevoli non-particolarità di Ian Testa è di non sapere nemmeno questa cosa.

  2. Ivana Daccò
    giugno 9, 2016

    Davvero bello! Ci sono stata a rileggere più volte, cercando il mio Ian Testa, o i modi dei miei differenti suoi simili.. Soprattutto perché, davvero, abbiamo tutti (o quasi) bisogno del nostro unico modo di esserlo. Una sola domanda: Ian Testa è veramente certo di far bene a spiattellarlo così?
    Per me, rispondo di sì, e ringrazio.

    • tommasoaramaico
      giugno 10, 2016

      Grazie a te. Sono assai restio ad espormi in modo così diretto. Preferisco nascondermi dietro i buoni libri degli altri. Ian Testa era tempo che era in attesa, alla fine ho ceduto.

  3. Ivana Daccò
    giugno 12, 2016

    Hai fatto molto bene. Spero di leggere presto altre cose tue.

  4. 不在
    giugno 30, 2016

    Uno scritto che nasce e resta con te: una chicca dunque per chi in genere scrive della scrittura di altri. Mi fa piacere perchè in fondo delle recensioni, pur di livello, mi stanco presto. Non temo la morte mi fa incazzare lo sciupio che sono costretto a fare in questo tipo di vita.

    • tommasoaramaico
      giugno 30, 2016

      Grazie per il commento. Diciamo che mi sono deciso a superare l’idea di uno spazio dedicato alle sole recensioni. La morte? Credo che l’atteggiamento di ognuno di noi dipenda da diversi fattori. Io sono strutturalmente soggetto a timori di ogni genere.

  5. Pingback: La morte, fuori dalla Storia, ha una sua storia? | Tommaso Aramaico

  6. Pingback: Figure del padre: Ian Testa #1 | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 4, 2016 da con tag .

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