Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Aprirsi nel proprio dolore

Perché in una società dove tutto (deve) appar(-ir)e splendente e scintillante, dove tutti sono sempre pieni di energie, motivati, belli, puliti e sani, dove avere un raffreddore e starsene a letto è una perdita di tempo inaccettabile; perché in una società del genere sempre più si assiste ad un fenomeno che apparentemente contraddice questo discorso/messaggio dominante? Perché, insomma, in una società del genere, un uomo, a poche ore dalla perdita della moglie e di un figlio dopo un parto andato male, dovrebbe mettersi davanti ad una telecamera e scoppiare in lacrime dato che di fatto (e comprensibilmente) è incapace di proferire parola di fronte ad un pubblico invisibile che, dall’altra parte di uno schermo, assiste più o meno interessato alla sua espressione di dolore? Qui si parte dal lutto e la morte perché è un punto di vista privilegiato, ma il discorso potrebbe (dovrebbe) essere esteso fino ad abbracciare il nostro modo di sentire in quanto tale.

Freud, in Lutto e melanconia scrive le seguenti parole: “Il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata“. E più avanti aggiunge: “Il lutto profondo, ossia la reazione alla perdita di una persona amata, implica lo stesso doloroso stato d’animo, la perdita d’interesse per il mondo esterno“, questa “limitazione dell’Io esprime una dedizione esclusiva al lutto che non lascia spazio ad altri propositi e interessi” e, infine, nel “lutto il mondo si è impoverito e svuotato“.

A proposito del dolore che inevitabilmente segue la perdita di una persona cara, un’espressione, fra tutte, ne sintetizza(-va) le dinamiche più profonde: “chiudersi nel proprio dolore”. Un chiudersi in sé che è un rifiuto del mondo, una volontà di non vedere e di non parlare con nessuno per lasciare spazio ad una prossimità con se stessi (al più con le persone più care e fidate) in modo da poter fronteggiare un dolore che, da un lato, è potenzialmente in grado di distruggere e che, dall’altro, sembra essere l’unica via per mantenere un contatto – anche se fantasmatico e a tratti delirante – con una persona scomparsa e che proprio per mezzo di questa penosa condizione è come trattenuta “per i capelli”. Il lutto/dolore, quindi, allontana dal mondo, disinveste un mondo che perde (almeno momentaneamente) senso ed attrattiva, ed orienta tutte le energie del singolo verso lo “spazio interno” nel tentativo/obbligo di seguire le tracce dell’assenza e, non meno importante, per correre ai ripari, per poter affrontare lo spettro della morte che la persona amata ha gettato su di noi nel momento della sua dipartita. Non è una metafora, quest’ultima, poiché in chi rimane qualcosa letteralmente muore con la morte della persona cara, anzi, si può legittimamente aggiungere che più prossima era quella persona, maggiore sarà l’ombra della morte gettata su chi resta, quasi fino a farne un sopravvissuto. Letteralmente qualcosa muore. Tutte le “pratiche” che legavano a quella persona, dalle più piccole abitudini (il caffè al mattino) fino a quanto vi è di più prezioso (una intimità lunga una vita che viene da un matrimonio, un legame parentale, un’amicizia), tutto questo viene spazzato via, rendendo inutilizzabili atteggiamenti e relativi sentimenti. Lutto/dolore che però non deve essere pensato solo relativamente alla psiche, ma esteso al corpo stesso, che potrà anche ammalarsi, andare incontro a crolli e crisi più o meno frequenti ed intense, un corpo che si scoprirà freddo (con la perdita delle braccia della madre, di un fratello, dell’amante), come morto, un corpo che dovrà abbandonare un sapere collaudato nell’intimità per reinventarsi, sempre che vorrà nuovamente (correre il rischio di) incontrare qualcuno. Chiudersi nel proprio dolore, ecco il senso. Eppure qualcosa pare irrimediabilmente cambiato. Forse non sempre tematizzato, ma chiaro, lampante nelle sue molteplici manifestazioni, l’opzione stessa della “chiusura” in molti casi pare perduta. Lo si vede dal clamore sempre più pressante con cui si impongono all’attenzione generale i casi giudiziari, di cronaca (più o meno nera), gli errori medici, le rapine, le aggressioni oppure tutti quei (mai innocenti) giochi finiti male (non sto qui a citare fatti e nomi, anche perché cadrei inevitabilmente in errori e confusioni di ogni genere, anche se pure io – come tutti – sono stato sferzato dalla tempesta di servizi, speciali e cose del genere). Si parlava di clamore. Ma cosa troviamo al centro di tale baccano infernale? Occhi gonfi per il dolore, voci rotte per la disperazione, corpi scossi e tremanti per la rabbia. Uomini e donne d’ogni età ed estrazione sociale entrano nelle nostre case, attraverso la tv, con tutto il loro carico di dolore, di protesta, di rabbia. Ci sono quelli che maledicono e condannano, quelli che invocano pene esemplari, quelli che perdonano, quelli che fanno appelli. Sempre più rari i casi di chi si nega, di chi si sottrae, sempre meno quelli che non si sentono in obbligo (e presi dall’esigenza incontrollabile) di consegnare una porzione di dolore ad un pubblico indifferenziato e senza volto, un pubblico tutto occhi e orecchie, un pubblico tutto ventre, perennemente scosso dalla curiosità, urlante per la fame (di chiacchiere).

Questa dinamica, però, sembra essersi fatta ancora più complessa, sottile, pervasiva. Non servono più le telecamere sotto casa, né gravi ingiustizie subite o eventi clamorosi che fanno notizia. I moderni mezzi di comunicazione, che di fatto sono mezzi di condivisione (anche se per “condivisione” non si deve intendere un dividere qualcosa per essere insieme, per “fare comunità”, ma piuttosto un buttare in mezzo, un dare in pasto a…), permettono a tutti di condividere il proprio dolore, anche se sempre con il beneficio di una distanza che mette tutti al sicuro (emittenti e riceventi), un dolore filtrato da polpastrelli ciechi che spesso lanciano messaggi tristemente muti capaci solo di urlare l’impossibilità dell’urlo stesso. Meglio ribadirlo: questa non è una critica dei mezzi di informazione/comunicazione (e questo per diversi motivi: 1. non ho nulla contro questi mezzi di cui, di fatto, faccio largamente uso; 2. non si può criticare ciò che non si comprende a fondo), e tantomeno vuole essere una sorta di predica e/o richiamo ad una pretesa autenticità e onestà o cose del genere (discorso balordo perché presupporrebbe una fede nella propria superiorità morale/intellettuale), ma per dirla col motto di Spinoza, questo è un tentativo di comprendere un fenomeno. Qui non si deride, non ci si indigna, non si piagnucola. Ma forse è meglio far parlare direttamente il grande filosofo di Amsterdam, che così scrive nel Trattato politico:

…mi sono impegnato a fondo a non deridere, né a compiangere, né tanto meno a detestare le azioni degli uomini, ma a comprenderle, considerando quindi gli affetti umani, come l’amore, l’odio, l’ira, l’invidia, la gloria, la misericordia e gli altri moti dell’animo, non come vizi dell’umana natura ma come proprietà che gli competono, al modo in cui il caldo, il freddo, la tempesta, il tuono e via dicendo competono alla natura dell’aria. Tutti questi aspetti, per quanto negativi, sono tuttavia necessari e hanno una certa causa attraverso cui ci sforziamo di comprendere la loro natura, e la mente gode tanto della loro vera contemplazione quanto della cognizione di quelle cose che sono gradite ai sensi.

Si è deciso di prendere le mosse dal lutto, dalla perdita (traumatica) di una persona cara, ma il discorso può (e dovrebbe) essere esteso anche ad altre forme di dolore, dato che qui si tratta del modo stesso di soffrire, modalità che sembra aver subito una torsione tale che si potrebbe dire, in alcuni casi, che la natura stessa di alcuni sentimenti sia cambiata, facendo sì che l’espressione “chiudersi nel proprio dolore” non sia più utile, non corrispondendo più a nulla di reale, mentre molto più adatta sembrerebbe l’espressione “aprirsi nel proprio dolore”. Qui non si demonizza una condivisione spesso necessaria o dell’indubbia funzionalità delle nuove tecnologie come spazio di decompressione per una sofferenza che potrebbe essere letale se non condivisa, così come non si mette in dubbio il beneficio che si potrebbe avere una volta che il dolore (e le cause del dolore) sia entrato nel circuito della comunicazione, finalmente sottratto alle secche della solitudine. Qui si parla (si cerca di parlare), più in generale, di un fenomeno che investe il sentire e suggerisce un nuovo modo di relazionarsi a se stessi e a quello che vi è di più intimo, imponendo l’esteriorizzazione di qualsiasi contenuto della psiche; fenomeno che si fa esplosivo, quasi pirotecnico, in alcuni casi eclatanti che “fanno scuola” e da apripista, andando a ridefinire in modo radicale i confini fra l’io e l’altro. Un mutamento delle regole e nella grammatica stessa del sentire è in atto.

Günther Anders, un grande pensatore del Novecento, aveva compreso il fenomeno in questione nel suo stesso emergere. Nel breve saggio dal titolo Il privato (contenuto nel secondo volume de L’uomo è antiquato) e risalente al 1958, prende le mosse dall’idea che gli “apparecchi” che usiamo non siano solo dei semplici mezzi, ma qualcosa che modifica chi li usa. Secondo il filosofo tedesco, questi apparecchi, tutt’altro che neutri, in realtà mirano a modificare e ad intaccare proprio l’unicità dell’individuo: “essere singolo significa che ognuno, lo voglia o no, rappresenta una riserva, come una isola difesa da mura“. Ecco, il sistema dei mezzi di comunicazione rovescia (anzi, mira a rovesciare) questo dato di partenza, la naturale resistenza dell’individuo contro questa invasione dall’esterno. Il problema è che l’uso dei mezzi (di comunicazione/condivisione), unito al loro imporsi e farsi (fingere di essere) vitali mira a delegittimare questo dato di fatto, a trasformarlo da dato di fatto a perversione; in questo modo ogni forma di individuazione diviene una ostinazione a rifugiarsi nel privato e viene additata come un peccato, come un aver qualcosa da nascondere: “l’individuo ha il dovere di rinunciare alla propria discrezione, di essere spudorato…deve liberare e consegnare al potere totale lo spazio interiore che aveva preso e riservato per sé“.

A questo punto sembra tornare alla superficie il problema della morte, anche se sotto altre vesti e prospettive. L’individuazione implica separazione, mentre ovunque, intorno a noi, risuona un inno alla comunità/comunicazione; un inno, un discorso dominante che tende a rendere ancor più forte il naturale timore di essere soli, esclusi. Non solo la solitudine, il fallimento e l’abbandono devono terrorizzare, ma anche l’idea stessa di individualità e di separazione si caricano sempre più e sempre più spaventosamente del fantasma della morte, ancorché metaforica. Nella società dell’agire, del fare, dell’efficienza e dello star bene ad ogni costo, la malattia e la morte – propria o altrui – sono vissute come una colpa, come qualcosa di cui vergognarsi e non come il necessario approdo di un’esistenza che ha il carattere della finitudine. La morte è di fatto bandita da discorsi e pensieri tutti improntati ad una vitalità che a ben vedere trasuda terrore (di fronte al “reale” della condizione umana). Ed ecco che il dolore (in ogni sua forma), in quanto implica e rafforza separazione e chiusura in se stessi (in netta opposizione alla socialità e all’invito al godimento a tutti i costi) diviene un insopportabile richiamo a quella morte che ossessivamente si cerca di occultare. Di conseguenza il lutto, ma anche e progressivamente ogni altra forma di dolore, non possono più essere vissuti in forma privata (chiusi nel proprio dolore) perché con troppa forza questa chiusura andrebbe a richiamare tutti quei fantasmi di sconfitta sociale (esclusione) che cosi prepotentemente richiamano l’esclusione e la separazione per eccellenza: la morte, ciò che strappa via una volta e per tutte, lasciando gli altri a godersi il mondo. Sarebbe tuttavia inutile, oltre che disonesto, negare che questo enorme ed inquietante “sistema” abbia ha in sé qualcosa di necessario e che non risponda ad una esigenza fondamentale. Come scrive Bauman in Paura liquida: “Tutte le culture umane possono essere decodificate come ingegnosi congegni che rendono la vita vivibile, nonostante la consapevolezza della morte“. Qui sta, in questo terrore originario, il ventre molle che ha permesso di portare avanti un’operazione così grandiosa, un cambiamento di così vasta portata.

Il perché di questo enorme movimento tellurico – da tempo in atto, sempre più pervasivo e, per conseguenza, sempre meno visibile – è altro discorso. Come sempre, però, di mezzo ci sono le solite cose, tipo soldi (tutto il mercato si fonda sulla paura), potere, sesso e sempre lei, quella paura della morte che dissolve ogni senso e che tutto circonda e che spinge a fare qualsiasi cosa (pur di non pensarla). Una sorta di lasciapassare che permette di aprire più o meno tutte le porte, parolina magica per trovare risposte a domande complesse. Orrore originario cui andrebbero ricondotte non solo tutte le paure e i timori che ci affliggono, ma anche fonte di ogni espressione, di ogni volontà di comunicare, di creare, presente anche lì dove tutto pare gioioso e disinteressato…tutto questo altro non sarebbe che un aprirsi nel proprio dolore, un dire che, consapevoli o meno, porta un urlo di fondo, una richiesta di aiuto e consolazione…viene il dubbio che persino aprire blog e cose del genere sia il prodotto di tutta questa brutta storia (presentata qui, a dire il vero, senza capo né coda)…così come da tutta questa (brutta) storia sembra nascerne immediatamente un’altra, forse più inquietante (di certo non meno brutta)…l’inevitabile rovescio della medaglia, il corrispettivo di questo aprirsi indifferenziato cui necessariamente corrisponde un “chiudersi nel dolore altrui”, il fatto che ad un’emotività esplosiva e priva di vera parola corrisponda un enorme ingranaggio fatto di innumerevoli rotelline che possono ascoltare senza però sentire (tutte orecchi)…e che ogni rotellina sia portatrice di questi due aspetti inconciliabili, inevitabilmente condannata ad urlare senza poter veramente dire e ad ascoltare senza poter veramente sentire, dato che chi si apre nel proprio dolore sempre più non sa parlare, mentre chi ascolta non è più in grado di decodificare il dolore di chi è troppo distante…le rotelline, prese in questa doppia contraddizione, stanno progressivamente e fatalmente disimparando a decodificare il proprio dolore, incapaci come sono di chiudervisi dentro…

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15 commenti su “Aprirsi nel proprio dolore

  1. elis19mr
    gennaio 29, 2016

    Difficile commentare. Letto con grande e rispettoso interesse 🙂

    • tommasoaramaico
      gennaio 29, 2016

      Geazie. Chissà, forse è difficile da commentare perché “non ha né capo né coda”.

      • elis19mr
        gennaio 29, 2016

        No no! E un pezzo molto ben articolato ed esaurisce da solo tutte le domande che possono venire in mente 🙂

      • tommasoaramaico
        gennaio 29, 2016

        Grazie!

  2. Guido Sperandio
    gennaio 29, 2016

    È interessante e la giudico una felice, creativa intuizione nonchè aspetto inedito che tutto il fiume di parole e stimoli che nonostante la ridda di voci e analisi che ci circonda non era stato ancora individuato.
    Intendo, l’arco dal punto di partenza del LUTTO, e Freud, e quel tempo – al modo odierno di viverlo, considerando il panorama di sentimenti ed emozioni in cui viviamo.

    • tommasoaramaico
      gennaio 29, 2016

      Grazie. Era una questione che da tempo mi frullava per la testa…è il “panorama” per nulla rassicurante cui fai riferimento.

  3. Celeste Sidoti
    febbraio 4, 2016

    Avanzo una proposta, una proposta da bambini se vuoi. Il lutto non è esattamente, o non è solo una chiusura, come anche tu hai scritto con una relativa, felice contraddizione: il lutto è la chiusura ai vivi per lasciar entrare i morti. I morti hanno una loro forma di esistenza finchè abitano in noi.
    Forse ci si apre ai media perchè attraverso i media anche i vivi sono fantasmi: immagini, tracce, messaggi. Forse si spera che, in quella folla di semi-esistenti temporanei, tra chi va e chi viene, spunti quel volto conosciuto.

    • tommasoaramaico
      febbraio 4, 2016

      Per nulla da bambini la tua osservazione, anzi, grazie per la suggestione. Certo, ogni negazione di qualcosa (in questo caso la chiusura ai vivi), è necessariamente un’affermazione (l’apertura alla morte – degli altri per noi, in noi e così via). La tua idea, poi, mi pare veramente felice, aggiunge un tassello e (se ho ben capito) approfondisce l’idea del lutto come un “essere fra i fantasmi” che ha bisogno di altri fantasmi per poter sperare di trovare quello desiderato.

      • Celeste Sidoti
        febbraio 4, 2016

        I media come sconclusionato sciamanesimo del terzo millennio 🙂 !

      • tommasoaramaico
        febbraio 4, 2016

        Pare proprio di si!

  4. Pingback: La morte, fuori dalla Storia, ha una sua storia? | Tommaso Aramaico

  5. dragoval
    marzo 17, 2017

    La paura della morte civile, anzi sociale, anzi social (che oggi, per la cronaca, è una vera è propria sindrome nota come FOMA, ovvero Fear Of Missing Out , la paura di essere tagliati fuori) è forse la versione 2.0 di un retaggio antichissimo, quello del capro espiatorio che veniva insultato, malmenato e poi bandito dalla città per allontanare i pericoli e placare le divinità eventualmente irate (bella scusa per liberarsi degli indesiderabili). Il male, il dolore, la sofferenza ne costituiscono lo stigma, che tutti gli altri inconsciamente temono come contagioso. Per cui, anche chi viene riammesso- o si sforza di rientrare- nella comunità, dopo qualche terribile lutto o sventura , è guardato pietosamente ma tenuto a distanza. L’unica possibilità che ha di sopravvivere è fare come se nulla fosse, indossando la maschera dell’ottimismo idiota per mimetizzarsi tra la folla festante. Si potrà parlare di riserbo e volontà di non ostentare, ma tra questo e il puro e semplice terrore dell’esclusione il confine è estremamente sottile. I sopravvissuti, come tu li chiami, sono indebitamente tornati dal regno di Ade, il cui buio d’inferno resta loro attaccato proiettando dovunque la sua ombra, come accade a Lazzaro, di cui tu parli nel tuo ultimo post. E mi fermo qui, ché il discorso sarebbe troppo ampio e complesso per le mie misere forze.

    • tommasoaramaico
      marzo 17, 2017

      A parte il ringraziarti per il tuo commento, così preciso e suggestivo, volevo ringraziarti (ma non credo sia il termine giusto – direi che sono “compiaciuto”) – per il rimando a Lazzaro. Quando scrissi quel post non pensavo alla figura di Lazzaro, ma quel post ha contribuito a spingermi ad approfondire la figura di Lazzaro stesso – di cui quello di Pirandello è solo il primo tassello.

  6. dragoval
    marzo 17, 2017

    Di sicuro conoscerai, immagino, l’omonima novella di Leonid Andreev, autore russo oggi caduto in oblio,che pure aveva trovato un traduttore d’eccezione in Clemente Rebora. Mi permetto di segnalarti qui questo post di Andrea Tarabbia,

    https://andreatarabbia.wordpress.com/2012/09/18/un-continuatore-di-parabole/

    sul quale difficilmente potrei aggiungere altro se non il fatto che,a quanto pare, le opere di Andreev non sono più fuori catalogo. Tra l’altro, la traduzione di Rebora fu pubblicata nel 1916, per cui Pirandello avrebbe potuto tranquillamente leggerla trarne ispirazione (le due opere, infatti, a parte la diversità della trama,mi sembrano accomunate, come dire, da una nota di fondo legata alla natura dei protagonisti).
    Un saluto
    Ps il “compiacimento” è più che legittimo ^_^

    • tommasoaramaico
      marzo 18, 2017

      È invece devo ammettere di no e ti ringrazio per la suggestione. Ho immediatamente letto il post che mi consigliavi e oltre a trovarlo molto bello, ho trovato diversi punti di contatto con il percorso che io stesso, nel mio piccolo, sto portando avanti sulla figura di Lazzaro. Grazie!

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 29, 2016 da con tag , , , , .

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