Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Natale #5: Charles Dickens, Un canto di Natale

Oh! Ma Scrooge era un uomo che aveva la mano pesante; duro e aspro, come la cote, dallalon quale non c’era acciaio che fosse mai riuscito a far sprizzare una scintilla di fuoco generoso; segreto, chiuso in se stesso e solitario come un’ostrica. Il freddo che aveva dentro congelava i suoi vecchi lineamenti, gli pungeva il naso aguzzo, gli corrugava le guance, irrigidiva la sua andatura…Si portava sempre dietro la sua bassa temperatura; gelava l’ufficio nei giorni della canicola e non lo sgelava neppure di un grado a Natale.

Mi piace l’idea di continuare la serie di post dedicati a come la narrativa ha trattato il Natale. Lo scorso anno era toccato a Chekov (qui), Pirandello (qui), Collodi (qui) e Tolstoj (qui). Quest’anno voglio iniziare con una delle più note, citate, abusate e commentate favole natalizie, e cioè con Un canto di Natale di Charles Dickens. Per non mollare subito la spugna e abbandonare l’idea, ho deciso a priori di non pensare a nulla di quello (poco in verità) che so dell’opera di questo autore, così come ho tentato di non lasciarmi influenzare dalla consapevolezza che ovunque sono già disseminati innumerevoli articoli su questo racconto, sul fatto che di analisi se ne trovano già in tutte le lingue, salse e colori, e che molti di questi lavori saranno ottimi e approfonditi e avranno già detto tutto e che il mio, a confronto, non sarà niente di più che una piccola divagazione di chi, dopo anni, ha ripreso in mano un libro e lo ha letto e poi riletto ancora una volta per capire se questo Canto, una volta e per tutte (la pubblicazione risale al lontano 1843), debba essere mandato al macero (domanda retorica, ovviamente) o se merita d’esser conservato per il futuro (già si sa che è così, anche se bisogna riconsiderare i motivi di questa promessa di fedeltà). Bisogna capire se è il Canto ad esser pieno di falle d’ogni genere o se, in caso, è il lettore, e cioè io, ad esser una botte piena di cinismo e di una pretesa (del tutto infondata) superiorità rispetto al ventaglio di sentimenti e situazioni che Dickens offre. Cioè, in un’epoca segnata dal disincanto, sembra quasi impossibile recuperare (ed attualizzare) Un canto di Natale (e forse l’opera di Dickens stesso) con tutto il suo carico buoni sentimenti, di slanci da “anime belle”, le sue “lezioni”, le repentine conversioni come se le vie, nelle opere di Dickens, fossero tutte dirette a Damasco. Come recuperare l’idea, forse un tempo azzeccata, di uno spirito del passato, uno del presente ed uno del futuro? Come farlo se “passato” è per noi sinonimo di vecchio, datato, superato, di ciò che non è più meritevole di attenzione? Figurarsi poi se può essere ancora visto come fonte di pentimento ed insegnamento. Quello “presente“, poi, come può parlare di ciò che è buono e giusto, pieno di valore, se la vita è ridotta, al contrario, ad un presente fatto di momenti dalla struttura monadica, separati l’uno dall’altro e simili (ma non solidali) solo perché tutti volti ad un godimento che non prevede e non offre alcun insegnamento morale, ma si prefigge – sotto il vessillo di un life is now vuoto di senso – solo di tracciare la linea dei conti per fare la stima di ciò che si ha/non si ha, di ciò di cui si è o non si è (ancora) goduto. Quello del “futuro“, poi, non ha diritto neppure d’esser pensato. Il futuro, di fatto, non è e non può, esattamente come il passato che non esiste più, essere di alcun aiuto. Inoltre, l’idea stessa (distorta) di libertà che attualmente impera non tollera l’ipotesi di azioni che possano determinare e vincolare il futuro e la nostra esistenza che, invece, deve essere sempre disponibile ad ogni (falsa) possibilità. Già solo alla luce di queste prime considerazioni sembrerebbe molto più utile spostare l’attenzione a ben altri, e ben più duri e disincantati e realistici Natali. Ma è meglio andare con ordine e procedere con maggiore circospezione e rispetto.

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Per i pochi che ancora non la conoscessero e per quelli che magari dopo anni hanno dimenticato (ma come dimenticare?), la storia di Un canto di Natale è, in poche parole, quella del vecchio, solitario, avaro – sia economicamente che emotivamente – Scrooge, che vede nel Natale una inutile perdita di tempo, uno spreco di danaro, un rifugio per scrocconi, poveri e sfaticati d’ogni genere. È la vigilia di Natale e in molti cercano di spronarlo a godere dello spirito e della magia di questo giorno tanto speciale, ma a nulla vale chiedergli un’offerta per i bisognosi, oppure invitarlo a prendere parte alla riunione di famiglia o ancora, come fa un povero impiegato, pregarlo per un giorno di riposo, una qualche gratifica dopo un duro lavoro. Ma ecco che quella sera, quella della vigilia di Natale, il fantasma di Marley, suo vecchio socio d’affari da tempo defunto, viene a fargli visita per metterlo in guardia, per offrire a Scrooge l’opportunità di cambiare strada, di non fare la sua stessa fine. Il materialismo di Scrooge è tanto forte da fargli pensare che il fantasma che gli si è parato avanti e gli parla a quel modo non sia altro che una allucinazione, il prodotto di una passeggera intossicazione “un pezzo di carne non digerito, un cucchiaino di mostarda, una briciola di formaggio, un frammento di patata poco cotta“. Alla fine, però, persino uno come Scrooge deve arrendersi all’evidenza. Tre spiriti gli faranno visita. Scrooge si vedrà giovane e ancora non corrotto dall’avidità, dalla sete di denaro, poi sarà spettatore della pienezza della vita altrui e sempre più consapevole del vuoto della sua; si ritroverà, infine, a fare i conti con la sua stessa morte, con la solitudine del suo corpo senza vita lasciato in balia degli sciacalli, sciacalli che sono altri uomini che non conoscono la pietà. Al termine di questo immaginario viaggio, Scrooge si risveglierà scoprendo di essere un altro uomo.

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È del tutto evidente: non ci si può fare nulla con questo racconto, se si prende come punto di riferimento la realtà. La grandezza di questo racconto deve essere cercata da un’altra parte. Non nel tentativo di dirci come stanno le cose (anzi, sotto questo punto di vista manca il bersaglio come pochi altri racconti che io abbia mai letto), e neppure è da ricercare (questa bellezza) nello sforzo di definire la nostra natura, nel saperci dire e mostrare come in effetti siamo (e difatti non siamo né cattivi come lo Scrooge della prima parte, e tanto meno buoni come lo Scrooge dopo il “viaggio” e la rivoluzione interiore), questo Canto, piuttosto, “lascia parlare“, riconsegna alla parte più ingenua e infantile e bambinesca del lettore il sacrosanto diritto di prendere la parola per dire quello che vorremmo dire e che non sappiamo più di voler dire o sentirci raccontare. non è un caso, forse, che le ultime parole, quelle di un congedo che è un arrivederci (al prossimo Natale), vengono lasciate al giovanissimo Tiny Tim, il figlio gravemente malato dell’impiegato al servizio di Scrooge, il bambino malato che nel mondo vero deve morire, quello che nel Canto vive e guarisce grazie alla rivoluzione interiore del protagonista, rivoluzione che è realizzazione di un sogno, dell’ingenuità del bambino che sgomita per farsi largo, indomito, fra le piaghe e le asperità della realtà, fra gli irrigidimenti e le sclerosi dello spirito. Non verità, ma sogno e cioè “canto” che canta ed incanta contro ogni disincanto…

E così, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!

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7 commenti su “Natale #5: Charles Dickens, Un canto di Natale

  1. elisabetta19MR
    dicembre 25, 2015

    Nel mio post “Natale d’autore” è compreso il canto di Dickens, e il Natale di Martin Tolstoj e quello di altri tra poeti e narratori. Segno che nei grandi autori il Natale ha rappresentato spesso la chiave per entrare nella coscienza collettiva: mettere a nudo la natura dell’uomo per risvegliare in lui la parte migliore e più nascosta. E’ un sortilegio che dà frutti, anche nel nostro presente.

    • tommasoaramaico
      dicembre 25, 2015

      Se la narrativa si occupa di quanto appartiene all’uomo, allora, come giustamente sottolinei, non può che occuparsi del Natale…quella che ne viene fuori è una rappresentazione multiforme ed in continuo cambiamento, secondo il tempo, lo spazio…

  2. dragoval
    dicembre 25, 2015

    Amo questo libro e lo rileggo ogni Natale.
    Ne conosco a memoria interi passaggi. La mia edizione, meravigliosa, era con le illustrazioni di Vittorio Accornero (ed oggi è introvabile).
    Ne ho un’altra, più prosaica e più triste, dei classici mondadori, che però almeno ha il testo inglese a fronte.
    Le mie pagine preferite, il ballo nel magazzino Fezziwig e tutta la parte relativa allo spirito del Natale presente. Quella del Natale futuro l’ho sempre trovata terribile- e solo in età adulta ne ho compreso pienamente la simbologia. Ma quella, come dici tu, è inevitabile e non conta poi molto. Anche perché il futuro cambia nel momento stesso in cui lo guardiamo- come dimostra il finale della storia, che quindi si apre anche ad interpretazioni avveniristiche e improbabili di fisica quantistica :-).
    Così, per sdrammatizzare un po’.
    Buon Natale- spero sia sereno e armonioso come quello che si celebra a casa del nipote di Scrooge.

    • tommasoaramaico
      dicembre 25, 2015

      Interessante l’idea di un futuro che muta nel momento in cui diviene oggetto del nostro sguardo. Per me rimane insuperabile il momento dell’incontro con il suo defunto socio d’affari…

  3. Pingback: Natale #7: Pier Vittorio Tondelli, Ragazzi a Natale | Tommaso Aramaico

  4. Tratto d'unione
    gennaio 20, 2016

    Non ho mai letto questo libro di Dickens, frenata proprio da quegli aspetti che sottolinei. Però la tua bella recensione mi fa capire che potrebbe essere una lettura adatta al mio bambino… il prossimo Natale gliela proporrò.
    P.S. cosa vuol dire “dallalon”?

    • tommasoaramaico
      gennaio 20, 2016

      Grazie. Mi hai fatto notare un mostruoso errore di battitura che mi era sfuggito…dalla quale non c’era acciaio che fosse mai riuscito…etc. Si, per un bambino è perfetta, così come potrebbe esserlo per l’adulto, che può goderne attraverso una lettura ricreativa.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 25, 2015 da con tag , , .

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