Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Figure della madre: la madre morta

Una madre, per essere morta, non deve morire per davvero. La madre morta è quella madre che un tempo, forse, era stata viva e vivificante, sorgente di nutrimento e tenerezza, sorgente che però, improvvisamente, in seguito ad un evento depressivo, si è trasformata brutalmente in una figura lontana, senza più interesse verace per il figlio, persa in cure senza cura.

La “madre morta” è dunque, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, una madre che resta in vita, ma che è, per così dire, morta psichicamente agli occhi del piccolo bambino di cui si prende cura.

Questa, in sintesi, la tesi di lavoro che emerge dal breve, ma denso saggio dal titolo “La madre morta” (in Narcisismo di vita narcisismo di morte, pp. 265-303, ed. Borla) di André Green, ricercatore e psichiatra capace di costruire analisi e proposte di ricerca innovative e assai feconde.

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Bisogna cercare di mettere le cose in chiaro (per quanto possibile). Il momento fondamentale e fondante dello psichismo umano è la separazione, la perdita dell’oggetto; tale perdita obbliga ad instaurare un nuovo rapporto con la realtà. La perdita dell’oggetto è tutt’uno (lasciando spazio ad una incredibile semplificazione) con la separazione dalla madre, trauma che obbliga a porre dei limiti al principio del piacere per lasciarsi regolare dal principio di realtà. Ciò che segue tale separazione – o perdita dell’oggetto – è una posizione depressiva che si affaccia per la prima volta nell’infanzia e che, entro certi limiti, può ripresentarsi nel corso della vita. Solo che la “madre morta” non è la madre da cui (volenti o nolenti) ci si separa, ma, al contrario, è la madre che si sottrae, che si fa esangue. È la madre presente/assente, è la madre dell’angoscia, la madre che spinge verso le patologie del vuoto, che scava buchi psichici per cui il bambino (il futuro adulto) deve trovare un rimedio che in realtà non esiste. Provateci voi a riempire un contenitore bucato! Ciò che viene perso è il senso, in quanto è persa la madre stessa, garante ultimo ed insostituibile di questo senso. Il figlio della madre morta ha una vita, e non può che averla. Ha un lavoro, una famiglia, dei figli, e spesso riesce molto bene in quello che intraprende. Il problema, però, sta a monte, in quella mancanza di pienezza delle cose che svuota ogni successo, pregiudica ogni impresa – anche e soprattutto quelle votate al successo.

Quando il soggetto si presenta per la prima volta all’analista…il sentimento di impotenza è chiaro. Impotenza ad uscire da una situazione conflittuale, impotenza ad amare, a trarre profitto dalle proprie doti, ad accrescere le proprie esperienze, o quando ciò avviene, insoddisfazione profonda rispetto ai risultati.

Chi è la madre depressa? È quella che è stata travolta da un lutto, da un legame amoroso tradito, un’umiliazione, un aborto, un rovescio della fortuna che ha colpito la sua famiglia nucleare o d’origine. In ogni caso, tale evento scatenante ri-orienta gli interessi di questa madre che, d’un tratto, si chiude in se stessa e disinveste il figlio delle prerogative di cui aveva goduto. Ad ogni madre persa in un lutto, però, corrisponde un bambino perso nel lutto. L’imago materna viene distorta, su di un legame un tempo felice incombono ormai ombre e silenzi. La madre diviene un “nucleo freddo” che lascerà un marchio indelebile sul bambino, che vive tutto questo come catastrofe. L’amore è di colpo perduto, senza preavviso. Dunque, come si diceva prima, senza spiegazione, senza senso. Il bambino deve difendersi da tutto ciò, per questo motivo deve togliere, sottrarre dalla madre quello stesso amore che la madre, inspiegabilmente, gli ha improvvisamente sottratto. Il risultato di tale inconsapevole operazione è la formazione di un buco. Tutto questo, ovviamente, ha carattere simbiotico: è la partecipazione al lutto, essere come la madre per poter, in un ultimo disperato tentativo, esser presso la madre. Perduto l’affetto, l’amore, la cura, il bambino si fa specchio della madre per poter instaurare con lei un nuovo legame, all’insegna del vuoto affettivo. Il bambino lascia morire una parte di sé nel tentativo di mantenere una parvenza di vita, che propriamente vita non è. Si abbatterà contro il padre, nel tentativo di trovare un responsabile per spiegare questo evento tanto spaventoso e, insieme, rivolgerà contro se stesso durissime reprimende, perché forse è lui, inadeguato, ad aver causato l’allontanamento della madre.

Che ne sarà di questo figlio? Sarà portato (spesso, ma non necessariamente) ad uno sviluppo precoce delle sue capacità intellettuali, spesso si perderà in costruzioni fantasmatiche, tenderà a sviluppare capacità artistiche/creative nel tentativo di trovare un’approvazione inutile (nel senso che non lo potrà, per principio, appagare), ma anche un canale di sfogo per l’incessante produzione di simboli che sgorgheranno da uno psichismo bloccato/fissato su conflitti che non è stato in grado di risolvere dato che il suo necessario insuccesso non si annida nelle capacità di comprensione degli eventi o dei meccanismi della psiche, e nemmeno sul versante del “come sono andate veramente le cose”, ma nella sua vita affettiva, drammaticamente vulnerabile. La madre morta continuerà ad aggirarsi nei meandri della psiche del bambino diventato ormai uomo, e si lascerà andare a queste scorribande anche e soprattutto nei momenti migliori, mandando in frantumi e dissolvendo tutte le conquiste e le acquisizioni del soggetto, smascherandone il carattere di copertura, il fondo di vuoto da cui emergono.

La madre morta aveva portato via, nel disinvestimento di cui era stata l’oggetto, l’essenza dell’amore di cui era stata investita prima del suo lutto: il suo sguardo, il tono della sua voce, il suo odore, la traccia delle sue carezze. La perdita del contatto psichico aveva provocato la rimozione delle tracce mnestiche del suo contatto. Era stata sepolta viva, ma la sua stessa tomba era scomparsa. Il buco che stava al suo posto faceva temere la solitudine, come se il soggetto rischiasse di sprofondarci anima e corpo.

Quanti esempi di figli pieni di rabbia ed odio, capaci di fare qualsiasi cosa, persino di farsi del male, perfino di togliersi la vita, pur di tentare di risvegliare questa madre fredda, distratta, assente, silenziosa. Quanti figli, persi in questa sorta di disperato tentativo di rianimarla, sono incapaci di spostare altrove questo stesso amore, fatalmente ipotecato dalla madre morta? L’insuccesso è ovunque, la delusione è ovunque. Persone incapaci di ringraziare. Non può amare, né essere amato, il frutto d’una pianta morta, in quanto – nella sua visione del mondo – non è mai stato amato. Ognuno può ricercare i propri esempi nel cinema, nella letteratura, nella vita “reale”. Ce ne sono in numero considerevole. Che cosa dovrà accadere affinché il circolo si spezzi? È necessario, forse, che questa madre muoia veramente; che muoia d’una buona morte, non violenta: una morte capace di lasciare il ricordo, anche minimo, d’un amore che un tempo deve pur esserci stato. È alla luce di questa giusta e buona morte – e di una cura che in un tempo remoto deve esserci stata – che il soggetto potrà liberarsi dal fantasma mortifero che serra nella morsa dell’angoscia, rendendo così possibile l’istituzione del senso, la verità dell’incontro. Ma, in ultima battuta, si può veramente lasciar morire quello che è già morto? Non è che ci si muove già – da sempre – nel dominio dell’irreparabile?

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2 commenti su “Figure della madre: la madre morta

  1. Tratto d'unione
    novembre 4, 2015

    Grazie per questa interessantissima segnalazione. Il tuo post molto è bello!

    • tommasoaramaico
      novembre 4, 2015

      Grazie mille. Libro complesso, ma molto interessante e pieno di spunti.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 31, 2015 da con tag , , , .

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