Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Di quante carezze hai bisogno?

Stai camminando per strada e incontri un conoscente. Ne viene fuori un breve scambio di battute. Come stai, come non stai, tutto bene. Stop. Nulla di più. Allungare la conversazione, addentrarsi nella vita altrui o vedere l’altro che cerca di addentrarsi nella tua sarebbe cosa a dir poco fastidiosa. Se entrambi interpretate bene il vostro ruolo ne verrà fuori uno scambio di quattro/cinque battute a testa, nessuno dei due avrà fornito all’altro delle reali informazioni su di sé, la propria vita, i propri (eventuali) problemi e cose del genere, ma entrambi, sia tu che l’altro, chissà perché, vi sentirete un poco meglio; entrambi, in qualche modo, avrete una ragione in più per andare in giro “a testa alta e petto in fuori”.

Era tempo che volevo leggere qualcosa di Eric Berne, teorico della celebre analisi transazionale, e un poco di tempo fa, passeggiando fra le fornitissime bancarelle di piazza della Repubblica, mi sono imbattuto in A che gioco giochiamo, un classico della psicologia contemporanea, un manuale per profani e non, una raccolta di giochi in un senso che, se ne sarò in grado, cercherò di spiegare più avanti. Si potrebbe affermare che un qualche pazzo/a, per dirla con Berne, ha giocato il gioco di chi compra un libro stra-fico e stra-noto per poi giocare un ulteriore gioco, tutto suo, tipo farsi vedere in giro con un libro del genere (anche se gli fa schifo o non ci capisce nulla), oppure giocare il gioco di chi non riesce a portare a termine la lettura di libri complessi o criticarli dicendo che lui legge ben altro, oppure chissà cosa altro, forse il gioco in cui qualcuno gli regala un libro, ma lui fa solo finta di leggere libri o non legge libri che gli regalano gli altri… e così via, ad libitum.

Berne_a_che_gioco_giochiamo

Perché un libro del genere è così importante? Perché offre una prospettiva molto concreta (e quindi poco europea) per leggere i rapporti interpersonali. Perché trova spazio in uno spazio che tratta prevalentemente di letteratura? Fra le altre cose (tipo che qui ci metto quello che mi pare), perchè a partire dall’idea che i rapporti umani possano/debbano essere letti come giochi, come parti che si giocano, ne viene fuori che siamo tutti dei personaggi agiti da dinamiche ulteriori e che, perlomeno in questo, non si è molto diversi da altri personaggi (quelli dei libri), indipendentemente dal fatto che per noi non si possa parlare propriamente di un autore che scrive la nostra vita (e anche qui ci sarebbe da sollevare diverse obiezioni, es: la famiglia, la società, il contensto storico e, per i più arditi, Dio – tutte istanze che, di fatto, scrivono proprio il copione della nostra vita). Berne prende le mosse da alcuni assunti del tutto evidenti: i neonati privati di cure manuali tendono a sprofondare in uno stato di depressione ed angoscia e, al limite, in disturbi che possono avere esiti fatali, leggi mortali. Dunque, i neonati hanno fame di stimoli di natura prevalentemente sensoriale, cercano intimità fisica. Ma si sa, i neonati crescono, anche se non per questo chi cresce abbandona determinate rischieste, al più queste richieste si fanno sempre più complesse, più sfumate, scendono a compromessi con la realtà per divenire accettabili mano a mano che il tempo passa. Ed ecco che l’intimità fisica lascia il posto (ma per ripresentarsi in legami di tipo amoroso adulto o genitoriale) ad altre forme di soddisfacimento, ad altre forme di “toccamento”, per mezzo della sublimazione. Ecco che sorge la fame di riconoscimento. Ed è proprio questo riconoscimento che permette di “andare a testa alta e petto in fuori”. Le forme di toccamento come riconoscimento sono innumerevoli, tipo aprire un blog, scrivere post mettendocela tutta (o quasi) e ricevere commenti e cose del genere, cioè riconoscimenti. Questi riconoscimenti sono definiti da Berne “carezze”.

Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona. La “carezza” perciò serve come unità fondamentale dell’azione sociale. Uno scambio di carezze costituiasce una “transazione”, unità del rapporto sociale.

Tutto ciò porta alla fame di struttura, alla necessità di strutturare le ore di veglia. In questo senso, la vita sociale assolve proprio a questo compito, poter programmare le nostre giornate (e vite) in un modo che siano il più possibile soddisfacenti. Ed ecco che entra in gioco il concetto di gioco: il nocciolo dell’attività sociale consiste nel giocare dei giochi che permettono di organizzare e strutturare questo tempo di veglia. I problemi, e cioè i giochi in senso proprio, nascono perlopiù nell’organizzazione del tempo individuale: la vita familiare, coniugale, i rapporti di lavoro, di amicizia, etc…si prestano al gioco. Sia chiaro, parlare di “giochi” non significa dire che ci si diverta, al contrario, i giochi sono giocati sempre (o quasi) molto seriamente.

…definire “giochi” certi tragici tipi di comportamento, come il suicidio, l’alcolismo, la tossicomania, la criminalità o la schizofrenia, non significa essere irresponsabili, o fare dello spirito di pessima lega. L’aspetto essenziale del gioco umano non è il carattere spurio delle emozioni, ma il fatto che le emozioni obbediscono a determinate regole.

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I giochi sono complessi non solo perchè sono molti e spesso sfumano l’uno nell’altro; i giochi non sono complessi solo perchè vengono giocati essenzialmente sotto traccia e si giocano alle spalle (cioè inconsciamente) dei soggetti che li giocano e che ne traggono vantaggio (anche quando evidentemente ne vengono danneggiati, vedi il suicida, il tossicomane, etc); i giochi sono complessi perchè nel gioco sono in gioco non solo i due distinti giocatori, ma distinzioni all’interno di uno stesso giocatore. Senza entrare troppo nel merito (1. non c’è spazio; 2. non ne sono capace), ecco che bisogna introdurre la celebre teoria dei tre stati dell’io, secondo la quale in ognuno di noi albergherebbero tre istanze l’una in rapporto con l’altra e che, nei e attraverso i giochi, prendono il sopravvento nel nostro rapporto con noi stessi e gli altri: questi tre stati sono quelli del Genitore, dell’Adulto, del Bambino. Da qui nasce il problema del chi (quale parte di me) parla con chi (quale parte dell’interlocutore/i). Se è vero che tutti noi ci portiamo dentro il Bambino che siamo stati, così come i Genitori che abbiamo avuto e ci hanno educati e, al tempo stesso, abbiamo maturato un Adulto in grado di valutare autonomamente la realtà, ecco che il numero di giochi che possiamo/dobbiamo (inconsapevolmente) giocare diventa considerevole. Uomini che parlano con loro pari, ma (senza rendersene conto) da bambini verso genitori, e viceversa. Per questo ci si ritrova con genitori che si sono odiati ed hanno litigato tutta la vita senza però mai lasciarsi. Ci si rende conto che entrambi, anche se in modo diverso, stavano giocando ad uno stesso gioco (“Tutta colpa tua”) e che questo gioco, in fondo, andava a gratificare una parte di loro e che nessuno dei due era in grado di rinunciarvi. C’è il gioco dell'”Alcolizzato”, il “Ti ho beccato, figlio di puttana”, “La Frigida”, “Il Goffo Pasticcione” e così via. Sia chiaro, i giochi non sono sempre e solo cattivi, distruttivi e pieni di slealtà, esistono anche giochi buoni, giochi che nascondono delle motivazioni egoistiche, ma che, ad ogni modo, recano un beneficio sociale: “Il Cavaliere”, il “Ben Lieti Di Esserle Utile” e così via.

I giochi sono importanti, ce li insegnano i nostri genitori con l’educazione, servono ad integrarsi con gli altri, a mettere dei filtri necessari fra noi e gli altri, eppure dai giochi ci si può, in parte, liberare. Del resto A che gioco giochiamo è un libro sui giochi scritto per imparare a non giocare, per maturare un certo grado di autonomia, intimità e spontaneità, tanto nel giudizio sulle cose (posto che il pre-giudizio sia a suo modo un “cattivo” gioco), quanto nel rapporto con se stessi e gli altri. L’intimità è forse la cosa che più spaventa e per molti è semplicemente impossibile concedersela. Intimità significa essere vulnerabili, nudi, significa immediata e franca espressione di sé. È alla parte più intima e pura del Bambino che Berne richiama, indicando questa direzione. Il Bambino è necessariamente chiamato all’adattamento, a piegarsi all’universale, ma infondo il “bambino naturale” è intimità, contatto, naturalezza. Liberarsi dall’influenza e dal carattere oppressivo necessariamente presente nei Genitori, lottare per l’autonomia, per non cadere nelle vecchie abitudini (per non essere schiacciati sempre dagli stessi giochi), rinuniciare a tutte le facilitazioni e le scorciatoie che offrono il giocare al gioco del “Musone”, del “Complessato” e incontrare l’altro con schiettezza, spontaneamente, a questo serve imparare a riconoscere i giochi. Questa spontaneità e consapevolezza trascende gli schemi dei giochi, implica uno spazio di libertà riservato a quei pochi che seriamente si confrontano con quei giochi che ostinatamente continuano a giocare.

Si può tornare al titolo: di quante carezze si ha bisogno? Posto che tutti sono alla ricerca di gratificazioni e riconoscimento, la consapevolezza di esser condannati a giocare dei giochi può aiutare a non farsene schiacciare, ad evitare che, come spesso accade, ci si faccia rovinare la vita o la si rovini agli altri. Serve a non diventare dei personaggi. A non essere schiacciati nel gioco della gelosia, tipo l’Otello, o del rancore di certi personaggi di Dostoevskij, nelle parti magistralmente giocate dai personaggi di D. F. Wallace (che a sua volta era terrorizzato proprio dall’inautenticità dell’esistenza, dall’impossibilità di incontrare direttamente l’altro, di presentarsi sempre nascosti dietro ad una maschera che mira ad altro). Ognuno può facilmente stilare una propria lista di giochi a partire da sè, dalle persone che lo circondano, dai personaggi dei libri che ha letto. Posto che tutti hanno una fame disperata di riconoscimento, intimità, contatto, e posto che tale fame è la molla di tutte le nostre attività, bisogna comprendere se c’è una via, anche stretta e tortuosa, ma il più possibile onesta, per non essere schiacciati dalla sete di felicità e impantanarsi in un qualche deleterio e doloroso miraggio; bisogna lottare per avvistare una piccola oasi e raggiungerla e abitarla con altri…senza scherzare troppo sulla cosa, perchè più in là, un passo più in là, è solo sole che spacca le pietre e deserto e solitudine e sete e notti gelide, mortali.

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9 commenti su “Di quante carezze hai bisogno?

  1. Alessandra
    settembre 26, 2015

    Molto molto interessante. Dovrò procurami il libro 😉

    • tommasoaramaico
      settembre 26, 2015

      Si. Questo testo è una bella e chiara introduzione al pensiero di Berne e all’analisi transazionale. Divulga senza semplificare e lì dove l’argomento si fa più complesso non è mai astruso. Da leggere.

  2. Tratto d'unione
    settembre 28, 2015

    Avrei voluto più “Mi piace” per questo post… uno solo non mi basta!!!

    • tommasoaramaico
      settembre 28, 2015

      Grazie mille. E, per dirla con Berne, adesso ho un motivo in più per andarmene in giro “a testa alta e petto in fuori”.

  3. Guido Sperandio
    settembre 28, 2015

    Chiudi scrivendo: «Posto che tutti hanno una fame disperata di riconoscimento, intimità, contatto, e posto che tale fame è la molla di tutte le nostre attività, bisogna comprendere se c’è una via, anche stretta e tortuosa, ma il più possibile onesta, per non essere schiacciati dalla sete di felicità e impantanarsi in un qualche deleterio e doloroso miraggio; bisogna lottare per avvistare una piccola oasi e raggiungerla e abitarla con altri…senza scherzare troppo sulla cosa, perchè più in là, un passo più in là, è solo sole che spacca le pietre e deserto e solitudine e sete e notti gelide, mortali.»
    Apprezzo questa sintesi che, riepilogando, fissa la costruzione precedente.

    Era una materia difficile da trattare, non trattandosi di narrativa, ma è una scelta commendevole addirittura utile, di vita: vi ho colto una visione (almeno, per me) inedita, spunto di riflessione.

    • tommasoaramaico
      settembre 28, 2015

      Vero. Direi che è come avere uno strumento in più nella cassetta degli attrezzi. È una prospettiva molto feconda per leggere le relazioni interpersonali, ma, almeno a mio avviso, anche per scomporre e ricomporre (nonché strutturare) i personaggi che abitano la letteratura.

  4. robertacava
    ottobre 23, 2015

    Interessantissimo! Grazie per averlo recensito (:

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 26, 2015 da con tag , , , .

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