Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Del darsi la morte. Una divagazione

Il problema della morte, del darsi la morte, è agli onori delle cronache. Aerei che si schiantano, uomini che decidono di togliersi la vita, di darsi la morte e, con sé, di dare, o imporre, la morte ad altri. Giornali, programmi di ogni genere, strambe ricostruzioni, pretese teorie psicologiche, processi alle intenzioni, chiacchiere di natura varia su depressioni, neurosi ossessive e cose del genere. Mi sembrava interessante chiararificarmi le idee su questa storia del darsi la morte, ma prescindendo dal dato di cronaca, dall’evento scatenante – orrendamente ridotto a fatto di cronaca – per concentrarmi sul fatto che nessuno si è preso la briga di pensare, di tentare di pensare e fare un poco di ordine sul problema che è stato posto ed imposto da quel copilota di cui qui non è neppure necessario riportare il nome. Un uomo si è dato la morte, ma se ne parla solo perchè questo uomo si è arrogato il potere (delirante e narcisistico al tempo stesso) di imporre la morte anche a chi, a differenza di lui, voleva ancora la propria vita. Vorrei rimanere al dato essenziale: un uomo si è dato la morte. Se l’avesse fatto nel chiuso di una stanza nessuno, conoscenti e familiari a parte, ne sarebbe venuto a conoscenza, nessuno se ne sarebbe occupato. Quello che ci si domanda è: si può, nel suicidio, morire bene o lo si fa sempre in malo modo? Sono solo suggestioni e spunti, quelli che seguono…niente più.

Il problema della morte e della «libertà di fronte alla morte» è un tema che ha attraversato, increspandolo con la sua inquietante portata, l’intera storia del pensiero umano. Questo problema, che è una sorta di vertigine del pensiero, può essere pensato a partire da una serie di domande: l’uomo ha la libertà di togliersi la vita? Perchè l’uomo fa questo? C’è un modo non-tragico di togliersi la vita? A tali domande sono state date diverse risposte, anche molto diverse, però è possibile ricomprenderle tutte (anche correndo il rischio di una eccessiva semplificazione) entro la dicotomia classicità/cristianesimo1, opposizione utile a mettere in luce la distanza che separa la classicità (epoca greco-romana) – in cui il suicidio era inteso come legittimo e volontario togliersi la vita – dalla concezione che è andata poi consolidandosi col diffondersi del cristianesimo, che ha fatto del suicidio un peccato della volontà, un atto di ribellione contro Dio.

Si può iniziare col prendere le mosse dal comandamento biblico «non uccidere». Ora, per prima cosa bisogna precisare come tale comandamento non sia universalmente valido, nè vincolante in senso assoluto, dato che la possibilità di uccidere, benché sia una possibilità eccezionale, è prevista all’interno delle stesse Scritture. In ogni caso, tale divieto non comprende in sé tutti quegli esseri viventi che l’uomo uccide per il proprio sostentamento. La possibilità di «uccidere», inoltre, diviene qualcosa di necessario all’interno dello stato di guerra: quello che all’interno dello «stato civile» è un delitto, nello «stato di guerra» diviene un compito imposto dallo Stato all’individuo che, a sua volta, deve rinunciare a ciò che nella vita normale è suo diritto inalienabile per eccellenza, ossia mantenere la propria vita come il bene più alto. Ora, dopo questa precisazione, si può fare un passo in avanti. All’uomo è dato ancora un modo di uccidere: «l’uomo può uccidere se stesso».

Tale libera decisione di togliersi la vita non può appartenere né ad un essere la cui esistenza ha il carattere della necessità – Dio – né può essere proprietà degli animali, che possono solo nascere e morire «naturalmente». L’uomo è l’unico essere che può volontariamente togliersi la vita: all’uomo è connaturata tanto la possibilità di allontanarsi dal dato immediato delle cose naturali (dubbio, pensiero, critica, etc, etc), quanto quello di allontanarsi dalla naturalità della propria esistenza. Il carattere essenziale dell’«autosoppressione», ciò che lo distingue dal puro e semplice omicidio o dall’uccidere l’altro in guerra, sembra risiedere, ad una prima analisi, nel carattere di assoluto isolamento, per cui il suicidio sembra compiersi in un totale isolamento, in una sorta di disperata reclusione in se stessi. Io prigione e al tempo stesso prigioniero di me stesso evado da quel carcere che io stesso sono nell’unico modo possibile, togliendomi la vita. Il mondo sembra escluso da tutto questo. Eppure, ad una riflessione più approfondita di quella disperazione che accompagna il suicidio, viene alla luce come tale solitudine sia solo apparente e come in realtà nasconda una profonda trama intersoggettiva: il suicidio, che si consuma nell’isolamento, esprime in realtà il desiderio di chi «non vuole più continuare a svolgere il proprio ruolo all’interno del mondo che condivide col suo prossimo [Mitwelt2. Gli altri, anche se nella forma di ombre e fantasmi e rancori inconfessabili, sono parte della scena del crimine. Colui che volontariamente si priva della vita vuole sottrarsi a dei «rapporti» che non sopporta più: non essendo completamente slegato da ciò che è altro da lui, l’uomo è sempre e comunque inserito in una trama intersoggettiva. Ogni suicidio avviene quando non si ha più alcuna speranza nella vita, a causa della di una disperazione che, alla lettera, significa assenza di speranza. Quindi, in un primo sguardo pare che una prima risposta sia stata data: un suicidio non disperato, sereno, filosofico non esiste, così come non esiste una reale libertà di morire, dato che si muore solo sotto il giogo del dolore, della disperazione, della fuga.

A questo punto dell’analisi pare, quindi, che il suicidio sia una semplice via di fuga dettata dalla disperazione e che il volontario «togliersi la vita» non possa avere altro movente se non la disperazione e mai un atteggiamento filosofico di libertà di fronte alla morte. Eppure il problema del suicidio merita ancora qualche considerazione, essendo il crinale attraverso cui leggere l’opposizione fra due modi di pensare l’uomo e la sua dignità: da un lato, la condanna del suicidio come peccato, dall’altro la giustificazione del suicidio come atto di libertà.

Il suicidio può essere considerato un delitto principalmente a partire dalla fede in Dio e, per conseguenza, dall’idea che l’uomo sia una creatura la cui vita deve essere compresa come dono della grazia divina. Già Agostino argomentava «contro il diritto al suicidio», riducendolo ad atto di codardia e di manifesta mancanza di fede, ad incapacità di sopportare il dolore secondo il modello della passione di Cristo. Tale idea, imperniata sull’idea della sostanziale indisponibilità della propria vita si è mantenuta pressoché immutata fino all’Illuminismo e a Kant, che condanna il suicidio come un delitto contro l’«umanità» dell’uomo che, in quanto «sacra», deve essere rispettata tanto negli altri quanto in se stessi (ossia, non si può uccidere l’altro, né se stessi). L’uomo, a differenza delle cose (che sono sempre mezzi utilizzabili in vista di scopi) non può mai essere a sua volta considerato come mezzo, ma sempre solo come fine. A partire da tale assunto il suicidio è condannato come immorale, in quanto l’uomo disporrebbe di se stesso e del proprio corpo come di una semplice cosa. In poche parole: mi servo del mio corpo (distruggendolo) per sopprimere il dolore di esistere.

Eppure, vi è un altro filone di pensiero che attraversa parallelamente la tradizione del pensiero occidentale, un indirizzo che ha la sua origine nel pensiero greco e romano e che giunge come un fiume sotterraneo fino alla modernità. Tale via alternativa non condanna il suicidio ricorrendo ad alcuna forza o potenza superiore, ma considera tale atto come libertà di fronte alla propria esistenza e, quindi, di fronte alla propria morte. È a partire dall’idea propria dei greci per cui l’uomo, tutt’altro che centro del mondo in quanto creato a immagine di una volontà trascendente il mondo stesso, deve essere pensato essenzialmente come una creatura sofferente e la vita come un male, per cui un «incondizionato» attaccamento alla vita manifesterebbe, in realtà, un atteggiamento da «schiavi». Liberi dal «pregiudizio» biblico secondo cui Dio avrebbe creato l’uomo a sua immagine, l’uomo ha la libertà «nativa» di togliersi la vita, avendo per natura la facoltà di contrastare la Natura, anche la propria.

Ecco, dunque, in cosa consiste tutta l’enigmaticità della natura umana: come è possibile che l’uomo, unico fra tutti gli esseri viventi, possa, una volta che ne sia stata riconosciuta la naturalità, togliersi la vita? Come è possibile, una volta riconosciuto (sotto la scia di grandi pensatori come Spinoza) che tutto ciò che esiste possiede unicamente l’impulso fondamentale a conservarsi nel proprio essere; come è possibile, dicevo, trovare giustificazione al fatto che l’uomo, unico tra tutti gli esseri viventi, trovi in sé la spinta a distruggere se stesso, sebbene anch’egli sia un essere naturale?

Dunque, darsi la morte da intendersi o come peccato o come fuga da una vita disperata, ma, e qui richiamiamo questa enigmaticità: è possibile togliersi la vita senza ridurre questo gesto a mero atto di disperazione o fuga da un mondo ed un’umanità che non si riesce più a sopportare? Non è dunque possibile andarsene più liberamente, filosoficamente?

Sembrerebbe di no. Tutto pare essere ridotto all’incapacità di una reale accettazione della vita (e del resto la depressione, la follia, la megalomania e tutte le forme del disagio psichico evocate ed urlate non sono altro, in fondo, che diversi modi di manifestare l’impossibilità di accettare la vita per come si presenta). Tutto questo sbarra la strada al tentativo di tracciare una via per accostarsi alla morte con atteggiamento filosofico. Non rimane altro, pare, che una morte intesa a partire dalla disperazione, dall’impossibilità di sperare ancora che la vita abbia un fine. Non rimane altro, a meno che non si metta in conto una distinzione fondamentale, quella tra fine e senso.

Forse qui sta la chiave per accettare la vita (e quindi di viverla e di togliersela), così come la morte (nella sua veste di evento naturale). L’esistenza dell’uomo può essere svincolata dall’idea del «fine ultimo», ma tenendo presente che ciò non implica una visione disperante dell’esistenza, poiché eliminare, o perdere, tale idea (o il pregiudizio finalistico che vuole il mondo creato in vista di un fine) non determina necessariamente la perdita del «senso». La vita non ha un fine, non è parte privilegiata di un progetto intelligente più ampio e sublime. Questa vita, che si presenta in tutta la sua crudezza, nella sua mancanza di un fine ultimo garantito da un essere trascendente, deve essere accettata. L’incapacità di farlo porta alla tragedia, alla disperazione, alla follia, al suicidio (o all’omicidio) rabbioso di chi pretendeva una Suprema attenzione alla sua esistenza e che si ritrova in un vicolo cieco che lascia a briglia sciolta le pulsioni più orrende. Diversa è la strada che intraprende chi, con uno sforzo sublime, riesce a comprendersi come porzione – non privilegiata e non tutelata da qualcosa di superiore (che può prendere diverse forme: Dio, denaro, notorietà, etc, etc…) – di una Natura infinita; di chi riesce ad accontentarsi di un senso che ha i caratteri della parzialità, finitudine, contingenza, di quel senso che noi stessi siamo e che giorno dopo giorno creiamo, di quel senso che con noi svanirà nel nulla, o nel tutto della Natura. Un senso non ancorato ai fini di una volontà trascendente che crea e determina il valore del mondo a partire da un fine supremo; un senso che permetta di vivere affrontando il male che è naturalmente radicato nell’esistenza, un senso che permetta di andarsene, di prendere congedo dalla vita senza farne una tragedia, una volta che il calcolo dei pro e dei contro dia esito negativo all’opportunità di esistere e favorevole opzione della dipartita. Una serenità dell’addio, una dipartita senza tragedia (per sé e per gli altri), un atto di serietà ed amore e non di egoismo, una dipartita che non pretenda di voler distruggere il mondo intero sotto la famelica idea che tutto, con noi, debba finire, perchè insopportabile è l’idea che qualcosa o qualcuno a differenza di noi, che dopo di noi voglia invece continuare a vivere e a cullare quella porzione di senso che riesce a difendere contro il caos, la malattia, la morte, la sofferenza psichica. Insomma, andarse senza fare troppo bordello, senza portarsi dietro decine di uomini, donne, bambini e, inoltre, senza che questo atto supremo, in parte umano, in parte divino, venga derubricato a semplice codardia, pazzia, megalomania o travolto da inutili chiacchiere o dall’assordante silenzio di chi non capisce. Insomma, un darsi la morte che venga riconosciuto in tutta la sua potenza morale ed intellettuale. Accettare la vita non significa viverla a tutti i costi, non significa sopportare tutto, ma, al contrario, significa conoscerne i limiti, la finitudine, il momento della sua giusta fine. Insomma, saper vivere e saper morire coincidono. La sapienza antica, in questo, rimane insuperata, così come ne dà testimonianza Seneca nelle sue celebri Lettere a Lucilio.

Il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza ” […] La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene.

1In tale analisi prendo spunto dall’importante saggio del filosofo tedesco Karl Löwith, La libertà di fronte alla morte, in Micromega, 1999, 1, pp. 197-220.

2 K. Löwith, La libertà di fronte alla morte.

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15 commenti su “Del darsi la morte. Una divagazione

  1. Alessandra
    aprile 4, 2015

    Un argomento spinoso e delicato, che al di là delle disquisizioni di carattere etico, religioso o filosofico andrebbe forse valutato anche a livello pratico, soprattutto in termini di prevenzione e sicurezza. Il problema è che i piloti, così come tutti quelli che svolgono funzioni di grossa responsabilità nei confronti della gente (penso anche ai macchinisti ferroviari, ai conducenti di autobus, navi, ecc.), dovrebbero essere supportati da regolari checkup psicologici per tutta la durata dell’attività professionale. Ma ho il dubbio che questo accada. Credo che i piloti vengano generalmente valutati e assunti solo dal punto di vista delle prestazioni tecniche, e se preesistono o si sviluppano nel tempo dei disturbi dell’umore, come ad esempio stress e stanchezza psicofisica, questi rischiano di passare inosservati, a meno che non diventino proprio conclamati ed evidenti. E quando questo succede, in certi casi può essere veramente tardi.
    Scusami se sono andata un po’ fuori dalla trattazione etica e filosofica della tua bella analisi, che oltretutto è molto interessante. Credo comunque che andarsene senza fare troppo bordello, come hai scritto, ossia senza portarsi dietro altre persone, sia un atto di grande rispetto e dignità. Quando invece arriva al punto di coinvolgere anche gli altri, fosse una o più persone, mi appare come un gesto terribilmente egoistico, anche se messo da una profonda disperazione interiore.

    • tommasoaramaico
      aprile 4, 2015

      Hai perfettamente colto il senso di quello che intendevo dire. No, non ero interessato all’aspetto pratico, ma solo perché lo reputo una conseguenza di dinamiche più generali, di carattere storico. Quali caratteristiche ha, oggi, una vita degna di essere vissuta? Cosa, invece, la rende insopportabile? E così via…ovviamente non avevo la pretesa di affrontare con la pretesa di essere esaustivo un argomento del genere. Fra le altre cose mi mancano parole, concetti e la capacità di metterli in movimento nel modo appropriato. Era un modo, nel mio piccolo, per fare ordine (innanzitutto per me, così come premesso nel post) e riportare un evento così grande ad un discorso che non si riducesse a chiacchiericcio. Non è detto, ovviamente, che io ci sia riuscito.

      • Alessandra
        aprile 4, 2015

        ma stai scherzando? quando mai ti manca la capacità di rendere un concetto con le parole appropriate… ? ci riesci anche fin troppo bene, ed è per questo che stimoli gli altri ad ampliare ancora di più il pensiero 🙂

      • tommasoaramaico
        aprile 4, 2015

        Grazie.

  2. Anifares
    aprile 4, 2015

    Hai mai letto “Caro vecchio neon” di David Foster Wallace? Ecco lì potrebbe esserci una risposta. “Sono già morto per questo mi uccido” dovrebbe essere il riassunto e poi ritornando al pilota. Uccidersi con 150 persone implica vendetta e rancore ma verso chi? Verso un lavoro o meglio verso un modo di far lavorare le persone, dovremmo interrorgarci e cambiare invece di dire davanti ai suicidi due espressioni: “Poveretto” o “Pazzo” io credo che ci sia qualcosa di più e fa paura scoprirlo e forse fa più paura cambiare.

    Grazie della riflessione e bel post, come sempre del resto!

    • tommasoaramaico
      aprile 4, 2015

      Si, l’ho letto, ma ti ringrazio per avermelo ricordato. Potrebbe essere interessante riprendere il problema, ma, questa volta, prendere le mosse dalla letteratura. Non so rispondere alle domande che fai, e infatti quello che ho tentato di fare è stato semplicemente questo: impedirmi di derubricare la questione con formule preconfezionate tipo “pazzo-poveretto” che tu, giustamente, inviti a buttare nel secchio. Una volta sgomberato il campo da risposte messe a disposizione dal senso comune, magari si può iniziare a chiedersi perché un uomo si uccide, perché e per quali motivi ci si uccide oggi (motivi di certo diversi da quelli che spingevano al suicidio un antico romano o un uomo del medioevo o del Rinascimento). Insomma, trattare nel modo giusto, e cioè seriamente, una cosa decisamente seria.

  3. stravagaria
    aprile 6, 2015

    Difficile suicidarsi o tentare di farlo -esperienza che ho vissuto indirettamente con un membro della famiglia- senza sollevare polvere e coinvolgere altri. In questo senso forse ne sarebbe legittimato solo chi è solo al mondo e vive in un contesto anacoretico. Solitamente il suicida parte da un concetto egotico, spesso di disagio psichico temporaneo o endogeno che gli impedisce di occuparsi dei danni collaterali, non sa vivere bene nè sa morire bene come sarebbe invece auspicabile secondo Seneca e secondo me.

    • tommasoaramaico
      aprile 6, 2015

      Vero. È impossibile togliersi la vita senza investire quelli che ci sono più vicini. Il problema è che il togliersi la vita e, in alcuni casi persino il morire stesso, viene considerato qualcosa di immorale, sbagliato, di cui vergognarsi. Recuperare l’idea del vivere e dell’andarsene andarsene con dignità, dovrebbe servire a riportare al loro posto delle possibilità che sono proprie dell’uomo e che paiono essergli state indebitamente sottratte. Grazie per il commento.

  4. Tratto d'unione
    aprile 10, 2015

    Io credo che la vita sia qualcosa di assoluto, credo che al di là di tutte le nostre riflessioni sulla sua durata e la sua fine, qualità e modalità, la vita è il nostro tutto e dobbiamo rispettarne ogni minuto e ogni secondo che viviamo desiderandolo. Il saggio vivrà quanto vorrà, non quanto dovrà, e vorrà vivere più che potrà. Infine la qualità della vita è un parametro definitivamente non misurabile se considerato in termini di comparazione con la non vita. La vita ci possiede e ci domina e noi la amiamo sconfinatamente. Fino a quando vogliamo.
    Tema difficilissimo da raccontare.

    • tommasoaramaico
      aprile 10, 2015

      Innanzitutto, grazie per il commento. Specchio di una posizione molto precisa. Si, tema delicato da trattare. Così delicato che, a pensarci bene, sarebbe da riprendere più e più volte, e sempre correndo il rischio di essere riduttivi.

      • Tratto d'unione
        aprile 13, 2015

        Grazie a te, parlare della vita e della scelta di abbandonarla è oggi sempre più difficile. Le posizioni si stanno estremizzando e credo sia importante mettere l’accento sul desiderio di vivere, nonché su quanto sia soggettiva la percezione della qualità della vita. Chi desidera smettere di vivere perché non ha più via di scampo deve poterlo fare liberamente, vedi Monicelli o Welby. Chi pensa che la sua vita sia stupenda anche se non ha braccia né gambe ha diritto di non doversi sentire meno di nessuno né giudicato per la sua diversità. Trovo sempre molto fastidiosi e anche nefasti i giudizi quali quello espresso da Seneca “Il saggio vivrà quanto deve, non quanto può” come se ci fosse una vita buona e una non buona, una di qualità e una di scarto. Perché, ripeto, ritengo che la vita sia una questione soggettiva e un valore assoluto non misurabile. E, sia detto per chiarezza, questo vale anche per una donna che scelga di vivere la propria VITA senza figli e decida di abortire entro i termini di legge. La vita non va giudicata né limitata, la vita non va tolta e auspico per tutti un approccio laico a questo tema, che di oscurantismo non se ne può più.

      • tommasoaramaico
        aprile 13, 2015

        Si, è talmente difficile che quasi mi sono pentito di averlo scritto. La portata del problema è tanto ampia che, già l’ho scritto, poterne parlare senza essere banali è quasi impossibile. Grazie per il tuo commento, tanto articolato da essere, grazie al dono della sintesi, un post nel post.

  5. Tratto d'unione
    aprile 14, 2015

    Tommaso, ti stimo moltissimo, particolarmente oggi in una giornata che a livello personale si è aperta malissimo. Grazie per la tua apertura mentale e la tua intelligente cultura.

    • tommasoaramaico
      aprile 14, 2015

      Ti ringrazio davvero. Ed è quasi superfluo dire (scrivere) che la medesima considerazione mi spinge a seguire quello che scrivi.

  6. Pingback: La morte, fuori dalla Storia, ha una sua storia? | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 3, 2015 da con tag , , , , .

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