Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Gass, Prigionieri del paradiso

Ricordi la prima sera del tuo arrivo? Eri uno straniero, davvero nudo dinnanzi al cielo, e l’anima tua dimorava nella tua lingua quando mi parlasti, come se io fossi un amico e non un estraneo, come se fossi una delle tue orecchie. Avevi fango sotto le braccia, fango che scivolava giù per i lati degli scarponi, folti capelli burrascosi, unghie sporche, ti mancava un bottone. Le nubi ardevano, di un rosa caldo e ricco, e io rimasi a guardarle veleggiare finché fece buio mentre tornavo a casa. Mi parve che tu fossi come quelle nuvole, altrettanto naturale e bello. Tu conoscevi il segreto…il modo di essere.

Quando questo romanzo vide la luce, nel 1966, venne immediatamente salutato come un capolavoro, anche se, e non a torto, Gass già da questo suo libro d’esordio mostrasse di non essere uno di quegli autori che, nello scrivere, si preoccupa troppo dei suoi lettori. Prigionieri del paradiso è un libro difficile da leggere, è una narrazione polifonica, è il risultato di uno sforzo teso a restituire l’inquieta coscienza di una piccola comunità dell’Ohio sulla fine dell’Ottocento. Il modo migliore per iniziare a parlare di questo romanzo è, forse, quello di prendere le mosse dal titolo originale: Omensetter’s Luck. Dunque, è della fortuna che segna la vita di Omensetter che qui si parla. Anche se fin dal principio è d’obbligo una precisazione: Omensetter è un protagonista del tutto eccentrico, eccentrico perché più che soggetto della vicenda, ne è piuttosto l’oggetto privilegiato. Ma non in quanto oggetto dell’attenzione dell’autore, no, Omensetter è oggetto della morbosa curiosità dei cittadini di Gilean, di questa piccola cittadina che sorge sulle rive di un fiume. Insomma, Gass tratta di tutto quel complesso reticolo di senso e parole e passioni e destini che ruotano intorno alla figura di questo Omensetter, che, rispetto a tutto il resto, pare come una sorta di buco nero del senso, un vuoto da cui si spande la sua aura, la sua fortuna. Omensetter è un uomo che vive facendo affidamento sulla sua fortuna. Quasi privo di pensieri e di parole, trasandato, povero e girovago, Omensetter è per tutti quelli che gli vivono intorno colui che custodisce un potere, una qualche ricetta, una virtù, un segreto che tutti vogliono scoprire, un potere che tutti respinge ed attrae. E questo segreto e quella forza sono, però, ben visibili sulle sue forti mani, sul suo volto, sulle sue spalle. Tutti, a Gilean, parlano dell’arrivo di Omensetter, tutti ragionano sulla sua natura, le sue capacità, ma per uno di loro la figura e la fortuna di Omensetter diventato una vera e propria ossessione. E difatti la figura del reverendo Furber, portatore di una religiosità violenta e scandalosa, confinante con la perversione, la lussuria, l’invidia più feroce e la rabbia più incontenibile, diventa l’altro polo della vicenda. Omensetter e Furber sono portatori di due grandi, ed antitetiche, visioni del mondo, prospettive che corrono parallele in un drammatico corpo a corpo lungo quasi quattrocento pagine. Corpo a corpo che pare coinvolgere persino le forze della natura, che nelle sue diverse manifestazioni sembra annunciare e alludere allo scontro che avverrà: l’arrivo di Omensetter a Gilean (portatore di luce) si contrappone a quello del reverendo, al senso di pesantezza (spirituale e morale) di cui è portatore.

200px-Omensetters

…in ottobre, il reverendo Jethro Furber, paragonandosi ad un vento caldo e secco, aveva tenuto il suo sermone inaugurale commentando un testo minaccioso di Geremia. Si era chiesto come mai Dio stesse devastando la terra e aveva trovato la risposta nelle anime peccatrici di Gilean, che conosceva appena.

La fortuna di Omensetter, si diceva. La casa sul fiume da lui presa in affitto non viene, come invece era sempre avvenuto fino a quel momento, bagnata dalle acque del fiume uscito dagli argini dopo il periodo delle grandi piogge; uno strano intruglio da lui improvvisato riesce a guarire, miracolosamente, la ferita di uomo dato per morto da tutti…questi e altri eventi creano il mito di Omensetter e nutrono la Bestia che si agita nel reverendo Furber che, in tutti i modi, tenta di orientare verso l’accusa tutta l’ammirazione, la curiosità, il dubbio che agitano gli abitanti di Gilean. Forse la fortuna di Omensetter proviene da una sorta di patto col Maligno.

Tutti, per primo il reverendo, si fermano a spiare Omensetter che con la moglie che porta un figlio in grembo e le sue due figlie e il suo cane giocano sulla riva del fiume. Tutti sentono che quell’uomo è portatore d’una promessa di felicità e rinnovamento: “Aveva creduto di giocare a Adamo ed Eva? Tre bambini e un cane? PARADISO SULLA RIVA DEL FIUME”.

Insomma, chi è Omensetter? Nessuno. Meglio, un semplice uomo. Non sa nulla in più degli altri, a parte una cosa: sa di poter contare sulla propria fortuna, di esser rinchiuso nella dorata, paradisiaca (per dare il giusto senso al titolo dell’edizione italiana) prigione che la fortuna è per lui. Nulla di più. Omensetter è la leggerezza dell’essere contro la pesantezza delle elucubrazioni e dei vizi di Furber. Il segreto di Omensetter sta semplicemente nel vivere, ed è questa la dolorosa consapevolezza che agita tutti quelli che gli stanno intorno. Omensetter vive! Questo fa impazzire il reverendo, questo porta gli abitanti di Gilean a quella paradossale condizione di rancore e amore nei suoi confronti. Omensetter diviene, in senso esistenziale, il superlativo assoluto rispetto a cui la vita degli altri diviene non-vita: è l’unico uomo libero in un mondo di schiavi, l’unico felice in un mondo di disperati, l’unico pacifico e saggio in un mondo pieno di assassini e dementi. Omensetter è portatore di una saggezza immediata ed immanente, che coglie il sacro nel mondo, nel corpo, nel presente, nel divenire (anche tragico) delle cose. Senza scomodare Nietzsche (benché sia bene non dimenticare che Gass era docente di filosofia), si può dire che, al contrario, il reverendo Furber è il degno rappresentante di una religiosità piena di resentimento, che non tollera l’innocenza del corpo e del piacere, che vede nel mondo il sintomo di un peccato; Furber è quel rabbioso dolore che trova il suo unico sollievo e consolazione nella possibilità di disprezzare ed insozzare tutto ciò che ha a che vedere col corpo e con la Natura, per mezzo di una religiosità violenta che in tutto rinviene vizio, perversione, peccato, caduta.

Noi ci troviamo qui – è vero – eppure non apparteniamo a questo mondo. Questa, amici miei, è la fonte di tutti i sentimenti religiosi. Da questa verità dipende ogni cosa. Siamo qui, ma non apparteniamo al mondo; e, quantunque ci occorrano conforto e speranza e forza per sostenerci, tutto ciò che ci porta più vicini a questa vita e ce la fa desiderare è profondamente errato e c’induce in grande errore.

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Omensetter è quindi il serpente, il tentatore, è colui che trova conforto nel mondo in quanto tale, senza la ricerca di mondi ultraterreni, di altre dimensioni. In questo senso è il vero nemico di Furber, nemico in quanto sua più alta e temibile tentazione, in quanto ideale inarrivabile perché per Furber questo mondo è un luogo di depravazione da cui fuggire (perché troppo dolorosamente e peccaminosamente desiderato), mentre Omensetter mostra come l’uomo, in generale, sia ineluttabilmente legato ad una Natura cui Furber vorrebbe sottrarsi, ma cui è inevitabilmente legato. Non solo luogo del peccato, il mondo è anche il luogo della finitudine, del limite, della sconfitta eterna, luogo della morte. E questo spettro aleggia lungo tutto il romanzo, scava solchi sul volto e sulle forti mani di Omensetter, straccia i suoi vestiti, mette in pericolo le persone che più gli sono vicine. Qui, in questo romanzo, si parla della sua fortuna, e quindi lui se la cava, ma dietro di lui si intravvedono gli spettri di una Natura del tutto indifferente alle sorti dell’uomo. Questo, forse, Omensetter ha capito, e cioè che può solo confidare in una fortuna che non è sua, che non è magicamente in suo potere, a sua disposizione, ma in una fortuna che dispone di lui e che può in qualsiasi momento abbandonarlo. Omensetter ha compreso che l’uomo deve necessariamente sottomettersi al destino che gli è dato in sorte dalla fortuna e che ben poco può fare per migliorare la sua esistenza. È in questo senso che la figura di Omensetter è così inquietante per quelli che lo circondano. Lo è perché la sua è una figura a suo modo tragica, tragica anche senza che la tragedia lo abbia travolto. Non ancora, almeno, dato che la fortuna lo protegge.

GRAZIA LIBRO GASS

Sono invasato, diceva Furber. Ah dio, sono posseduto dal demonio. Sedeva per ore nello studio frugandosi il cervello alla ricerca di un indizio qualsiasi che spiegasse la natura di quell’essere, la sorgente di quella che chiamava tetro “la magia di Omensetter” […]. Infine andò lui stesso alla ricerca di Omensetter mentre Omensetter stava passeggiando nei campi. Perché mi hai invasato, gridò, perché possiedi la mia lingua e la distogli da dove vuole andare? Lasciami, Omensetter, lasciaci tutti […]. Gli occhi di Omensetter erano enormi, il loro sguardo fermo; tutto il suo corpo ascoltava, puntando verso Furber come quello di una bestia; si, come quello di una bestia, di una vacca, più precisamente: diffidente, stupido, tonto…non c’era niente nei modi di Omensetter che potesse essere attribuito ad un animale superiore…

Eppure non è questo il punto. Furber, e con lui tutti gli abitanti di Gilean, ne è consapevole. Non nelle parole, nel pensiero, nei ragionamenti sta la grandezza di Omensetter, ma nel suo essere parte della Natura, nel padroneggiare la vita nel suo scorrere impetuoso, nella sua spigliatezza nel trattare con gli elementi, nel suo non aver perso il senso della terra.

Era davvero stupefacente il modo con il quale i sassi lanciati da lui balzavano liberi nell’acqua e scomparivano nel bagliore…

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4 commenti su “Gass, Prigionieri del paradiso

  1. Alessandra
    marzo 16, 2015

    Bello, questo lo devo assolutamente leggere. “La leggerezza dell’essere contro la pesantezza delle elucubrazioni”, hai scritto, e nulla può attrarmi di più in questo momento. Se poi pensiamo che personaggi alla Furber si incontrano spesso anche nel nostro quotidiano, e sono proprio quelle persone che approfittano di ogni circostanza per demolire gli altri, per evidenziarne difetti e manchevolezze, in modo da alimentare continuamente il loro personale (ma illusorio) senso di superiorità. Complimenti per l’analisi, invogli veramente a leggere subito il libro 🙂

    • tommasoaramaico
      marzo 16, 2015

      Grazie. Dici bene, questi personaggi hanno il sapore e le sembianze di quelli che ci circondano. Gass è riuscito a trattare temi universali pur scrivendo di un pugno di uomini persi in un piccolo centro abitato sulle rive di un fiume. Lo ripeto, di difficile lettura (alla Faulkner, per intendersi, ma bellissimo.

    • Guido Sperandio
      marzo 16, 2015

      Rispondo abbinatamente ad Alessandra (la precedenza sempre alle signore) e a Tommaso Ar. : leggendo il commento mi si sono subito configurate davanti agli occhi un paio di persone e non ho potuto fare a meno di sorridere per la verità delle vostre parole.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 14, 2015 da con tag , , , , .

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