Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

DeLillo, Punto Omega

Ogni volta che un attore muoveva un muscolo, ogni battito di ciglia, era una rivelazione. Ciascuna azione veniva scomposta in parti così distinte dell’entità originaria che l’osservatore si ritrovava scollegato da qualsiasi aspettativa.

Con Punto Omega di DeLillo porta a compimento quel processo di scarnificazione stilistica che ha contraddistinto le sue opere dopo la pubblicazione e il clamoroso successo di Underworld. Siamo a New York. Jim Finley, un giovane regista, propone a Richard Elster, ex-consulente del Pentagono durante la guerra in Iraq, di girare una sorta di film-documento. La proposta è semplice: una parete bianca, una sedia, telecamera fissa, racconto delle esperienze e della visione del mondo di Elster. Nulla più. Ma Richard Elster si nega, ritiene il progetto totalmente inutile, anche non per questo allontana il giovane cineasta. Al contrario, lo invita lì dove da tempo si è rifugiato, in una casa scalcinata in California, sperduta nel deserto, non troppo lontana da San Diego. Elster non è più interessato alla vita in comune, e al comunicare stesso. L’unica possibilità per condurre una vita autentica sta nel vivere presso il deserto, il suo silenzio, lì dove il tempo si dilata fino a spezzarsi e andare in frantumi, aprendo ad una visione ultima delle cose. Il rapporto a due fra Elster e il giovane cineasta, fatto di silenzi e discussioni di carattere filosofico, viene turbato prima dall’arrivo e poi dalla misteriosa scomparsa della figlia dello stesso Elster. L’irruzione del mondo esterno li porterà a dover far ritorno lì dove tutto è compromesso, lì dove è la pretesa civiltà, o vita.

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DeLillo è uno scrittore tanto acclamato, quanto criticato. Spesso giustamente criticato. Tutto sta nel prenderlo per quello che è, un grande sperimentatore, uno che non ha mai scritto due libri che siano anche lontanamente simili, uno che si è misurato con diversi aspetti della realtà a partire dall’idea che la realtà sia complessa e frammentaria, ma pure attraversata da un filo conduttore che la tiene insieme. L’idea è che proprio questo filo conduttore, se misconosciuto, a rendere questa unità qualcosa come una totalità soffocante. La pesantezza di tale totalità è esattamente quello da cui Elster è fuggito. Questo ex-consulente del Pentagono ha avuto accesso all’aspetto crudele del Reale che, nella sua personale esperienza, ha preso la forma della guerra in Iraq. Nel deserto, invece, sottratto al “tempo cattivo” della città, gli eventi e le azioni mutano, prendono un nuovo aspetto e significato a partire da un nuovo orizzonte temporale.

Lo scarto fra tempo cattivo e tempo buono, fra tempo della città e tempo del deserto, fra il tempo della finzione e il tempo della realtà è restituito fin dalla prima parte del romanzo, che si svolge durante una mostra d’arte concettuale. Qui un uomo analizza ossessivamente l’installazione di 24-Hour Psycho, proiezione su un grande schermo (che fa pensare al monolito nero di Kubrick) di Psycho di Hitchcock rallentato fino a farlo durare 24 ore: mandato così in frantumi il film non c’è più, lascia il posto a qualcos’altro. L’originale svanisce e il non-film in proiezione diventa mano a mano sempre più reale e profondo di quello originale. Vedere e guardare si contrappongono. Così come avviene con lo Psycho proiettato senza sonoro in una enorme stanza vuota (dove si assiste a scene che non danno piacere/godimento), allo stesso modo DeLillo ci impedisce di scorrere sul romanzo fissandoci su di una storia fatta di colpi di scena e possibili identificazioni. Forse questa è una delle ragioni che rendono le opere di questo scrittore indigeste ai più (me compreso, in più punti). Le argomentazioni, lo stile, i dialoghi, tutto in Punto Omega ci impedisce di fruirlo ingenuamente, come si trattasse di cose vere, di leggerlo frettolosamente, permettendoci di abbuffarci (senza sforzo) di storie (a buon mercato). Il romanzo stesso non parla del mondo, non apre alla realtà, ma è una porta aperta su un’altra opera d’arte (24-Hour Psycho) che è a sua volta un’opera che rimanda ad un’altra opera d’arte ancora (lo Psycho di Hitchcock). Non si può godere tranquillamente dell’opera, né dell’opera che parla di un’altra opera. Dalla naturale inclinazione che spinge l’uomo a vivere ingenuamente nel mondo, cui corrisponde il lettore (nella prospettiva di DeLillo) ingenuo, si passa alla negazione del godere e, quindi. alla vita nel deserto cui corrisponde un romanzo senza storia, senza gratificazioni immediate.

Alla gente importa solo del film originale, un’esperienza comune da rivivere sul piccolo schermo, a casa, con i piatti da lavare in cucina […]. Ci vuole un’attenzione estrema per vedere cosa succede davanti a te. Ci vuole impegno, pio sforzo, per vedere cosa stai guardando.

Due vie si aprono. Stare sulla soglia e osservare, oppure andare lì dove gli altri sono (sartrianamente) l’inferno.

Questo è diverso, un ritiro spirituale. La casa apparteneva a qualche parente della mia prima moglie. Per anni sono venuto qui a passare dei periodi ogni tanto. Venivo a scrivere, pensare. In altri posti, ovunque, la mia giornata inizia nel conflitto, ogni mio passo su una strada cittadina è un conflitto. Qui è diverso.

Teilhard_schema

Punto omega è il nome di una teoria, termine coniato dallo scienziato francese Teilhard de Chardin. Secondo questa teoria l’universo mirerebbe ad una sempre maggiore complessità e conoscenza. Il Punto Omega sarebbe, al tempo stesso, tanto il punto verso cui l’universo muove (come suo fine), quanto la causa per cui l’universo stesso si muove (come sua causa). In questo senso ricorda la causa finale di Aristotele. Il Dio motore immobile verso cui tutte le cose aspirano in quanto bene massimo e massima perfezione. Trascendente, eterno, immutabile, in DeLillo tutto questo assume (credo) una diversa forma. Perché se alla base della teoria del Punto Omega c’era l’idea di un essere eterno e personale (Dio), qui, una volta persi Dio e la capacità di credere in un essere personale, trascendente, creatore e donatore di senso (Logos in quanto Discorso, Significato, Verbo, Fine ultimo), non rimane altro che il deserto del reale. Il Deserto (a questo punto da scrivere con la maiuscola) come frutto di un mondo ormai vuoto di divinità, logos, parola. Il Deserto in cui i protagonisti si rifugiano è, forse, il luogo in cui si materializza e in cui prende forma questa verità non pronunciata perché impronunciabile. Il Deserto non ha bocca, labbra, lingua. È muto, e in ogni caso non ha nulla da dire. Il Deserto eternamente sta, direi, in tutta la sua sovrannaturale serietà e severità, il Deserto è il luogo dove si scompare (dove forse scompare la figlia di Elster), è l’approdo definitivo, luogo da dove nessuno torna, da dove nessuno parla. E questo, forse, è il senso ultimo di questo Punto Omega: lo stare faccia a faccia col silenzio di cui è impregnato il reale, l’impossibilità del senso. Lentezza, silenzio, assenza, rimuginio del pensiero, queste le vie per avere accesso a questo reale, l’attrezzatura necessaria per poter stare presso il Deserto...

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8 commenti su “DeLillo, Punto Omega

  1. Guido Sperandio
    gennaio 31, 2015

    È una recensione che ho letto con molto interesse. Per la sua precisione e ricerca di obiettività, non intellettualoide-astratta nel contempo non superficiale.
    Condivido – umilmente, per quel poco che posso dire di DeLillo – il senso del tuo post. Le mie esperienze con DeLillo sono limitate. Ho Body Art e Underworld.
    Premesso che i passi che hai riportato sono splendidi, devo però dire che ho trovato ostica la lettura di Underworld, se non a tratti irritante.
    Mi è piaciuto lo spunto della pallina, filo-pretesto conduttore, ma mi sono poi smarrito nel resto. Punto Omega, come tu lo presenti, diventa al contrario seducente e induce alla riflessione. Il che penso sia il massimo che si possa trarre da uno scritto. Punto Omega – mi sembra – diventa qualcosa che ci coinvolge tutti, o almeno noi dell’Impero d’Occidente, e qui ne approfitto per aprire una parentesi a completare un discorso tra noi già intercorso, a proposito di William Faulkner. HO finito di leggere «Mentre Morivo» e, fermo il parere dato a suo tempo, e l’indubbio talento dell’autore, però le vicende e i tratti possono interessare per quanto riguarda situazioni, luoghi e persone ma circoscritti a un certo luogo in un certo momento, in questo caso, degli Stati UNiti. Questa, non so se considerarlo un limite. Lo dico e nego nel contempo. Perchè, sempre, quando mi trovo a trarre le somme da una lettura, mi rendo conto della relatività di un giudizio.

  2. tommasoaramaico
    gennaio 31, 2015

    Grazie. Si, DeLillo è duro da leggere, a tratti non difficile, ma prolisso, quasi insopportabile. Io stesso non tollero i punti in cui, invece di raccontare, inizia a parlare e spiegare il senso di quello che racconta. È lì dove inciampano molti autori cosiddetti “post-moderni”. Detto questo, però, DeLillo rimane uno dei pochi autori ad offrire una visione del mondo. Questo lo rende un grande autore, a mio avviso. Per quanto concerne Faulkner (che io reputo assolutamente superiore a DeLillo), è uno di quegli autori che riesce a raggiungere e a restituire una visione generale delle cose pur concentrando la sua narrazione (come giustamente scrivi) su vicende circoscritte.

  3. Alessandra
    gennaio 31, 2015

    Bellissima recensione. Sì, anche secondo me questo romanzo ha un carattere di forte sperimentalità che non lo rende di facile e immediata assimilazione per i lettori, ma personalmente, non so perché 😉 l’avevo trovato estremamente affascinante… A me erano piaciuti tutti quei ragionamenti di carattere filosofico attorno al concetto di tempo, soprattutto quel tentativo di coglierlo nell’essenzialità profonda di ogni suo singolo istante. Mi aveva colpita quella tensione, come emerge in certe pagine, verso la profondità delle cose, quel cogliere in modo quasi patologico sfumature e dettagli che nel modo di osservare comune vanno invece persi… Anche per questo, a mio parere, il libro merita una lettura; ma io parlo così perché per apprezzare una storia non ho bisogno per forza di una trama ordinaria, e apprezzo pure precisazioni o divagazioni se riescono a darmi gli stimoli che cerco 😉

    • tommasoaramaico
      gennaio 31, 2015

      Grazie. Si, DeLillo attrae e respinge. È nella natura della sua scrittura. Bisogna capire cosa si cerca quando si legge un libro. Se si è alla ricerca di storie, questo è il romanzo sbagliato, se invece si aspira a suggestioni per riflessioni sul tempo, sul ruolo e la natura dell’arte o sulla ricerca di una forma di autenticità, allora non c’è che da mettersi comodi e leggere e rileggere.

  4. lospecchiodieva
    gennaio 31, 2015

    Non ho letto il libro; ne ho letto ora la trama con crescente interesse….L’abbandono delle frenesie del mondo, la difficoltà che abbiamo di vedere realmente come le cose sono, a meno che non andiamo nel Deserto, che più che un luogo è uno stato dell’essere….e infine il silenzio che si traduce in una presenza, la cui qualità finale è la pienezza, mentre la vita del tempo ‘cattivo’ diventa deserto. Bel concetto, così, (credo) il libro è piuttosto metafisico. Bello.

    • tommasoaramaico
      gennaio 31, 2015

      Si, libro metafisico e (direi) al tempo stesso profondamente concreto. Nel senso che il filo dei pensieri non perde mai di vista l’uomo nella sua esistenza in carne ed ossa. Riassumi meglio di me, nel tuo commento, l’idea del rovesciamento di ciò che è (sembra) pieno in ciò che è vuoto, e di ciò che è (sembra) vuoto nel pieno. Grazie per il commento.

  5. anifares
    gennaio 31, 2015

    De Lillo anticipa i tempi è questo lo posiziona molto alto nei miei scrittori preferiti!!!

    • tommasoaramaico
      gennaio 31, 2015

      Per uno che ha scritto opere come Rumore bianco, Underworld o L’uomo che cade non può che essere così!

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 31, 2015 da con tag , , , , .

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