Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Fabulae: Grimm, I dodici fratelli

C’erano una volta un re e una regina che vivevano e avevano dodici figli, tutti maschi. Una volta il re disse alla regina: «Se il tredicesimo figlio che mi metterai al mondo sarà una femmina, I dodici maschi dovranno morire perchè tutte le ricchezze siano sue e il regno tocchi a lei sola»

Quanto può essere spaventoso il mondo agli occhi dei bambini? Quali forme e mostruose sembianze possono prendere i genitori nelle loro fantasie? Un esempio lo si può trovare nelle fiabe, che di tali movimenti della psiche sono specchio fedele. Lo si può trovare, ad esempio, ne I dodici fratelli dei Grimm, fiaba dove un re vuole distruggere la sua prole. Questa non è certamente una delle più conosciute, ma ciò non tocca in nessun modo il valore paradigmatico che questa storia può avere agli occhi del bambino, così come dell’adulto.

Nella figura del Re c’è tutta l’arbitrarietà con cui un padre, ad avviso dei bambini, può disporre della vita dei figli. Questo Re è l’esemplificazione della forza e della potenza che i figli vedono nel padre: il lato oscuro di una potenza e di una forza che, in positivo, fondano la rassicurante rappresentazione di un padre in grado di difendere la sua discendenza dai pericoli del mondo. Il re, la regina e i loro dodici figli vivono felici ed in armonia, ma il re manda in frantumi questa armonia con un decreto: se il suo tredicesimo figlio sarà femmina, allora i primi dodici dovranno morire perché tutte le ricchezze, così come il regno, dovranno andare a lei. Il re non si limita ad una semplice minaccia, ma ordina dodici bare e le fa chiudere in una stanza del castello, quindi consegna la chiave alla regina e le intima di non farne parola con nessuno. La regina, ovviamente, non riesce a nascondere il suo turbamento e così Beniamino, il più giovane dei dodici fratelli, inizia ad incalzarla per conoscere il motivo della sua angoscia e alla fine riesce a conoscere i terribili piani del re. La regina tradisce il marito e ordina ai figli di andare a rifugiarsi nel bosco. Se nascerà un maschio farà esporre al castello una bandiera bianca e allora essi potranno tornare al castello; rossa se sarà femmina, e allora dovranno fuggire il più lontano possibile affinché il re non li trovi e li uccida. Ovviamente la bandiera esposta sarà quella rossa, come il sangue dei figli che il re minaccia di versare.

I dodici fratelli scappano e, adirati, promettono che uccideranno tutte le femmine che incontreranno. Presto trovano rifugio in una casa fatata e a Beniamino viene dato il compito di badare alle faccende domestiche e a cucinare il cibo trovato dai fratelli più grandi. Lì vivono per dieci anni, in relativa pace. La sorella rimasta al castello intanto, cresce ignara di tutto, ma un giorno, casualmente, trova dodici camicie in una stanza del grande castello e subito chiede spiegazioni alla madre. A questo punto la regina le racconta tutto. Conosciuta la triste storia dei fratelli, la bella e buona fanciulla promette alla madre che li ritroverà. Così la fanciulla lascia il castello e si inoltra nella bosco, fino ad arrivare alla casa fatata dove incontra Beniamino. I due fratelli si abbracciano e si baciato e Beniamino, colpito dalla bellezza della sorella, la fa nascondere in una tinozza perché i fratelli non la vedano e non la uccidono. Beniamino riesce a convincere i fratelli a rinunciare alla loro vendetta e così, sicuro che non la uccideranno, fa uscire la sorella dalla tinozza. In questo modo la fanciulla nasce nuovamente e simbolicamente per questi fratelli che, vedendola sorgere da questa tinozza-ventre-materno, possono finalmente accettarla: “Sollevò la tinozza e ne uscì la fanciulla con i suoi vestiti regali e la stella d’oro sulla fronte, ed era veramente bella, delicata e gentile“. Così iniziano a vivere tutti insieme.

Tutti vivono in armonia, ma un giorno, per fare un dono ai fratelli, la fanciulla coglie i dodici gigli che, intanto, erano cresciuti nel giardino incantato. Così facendo, però, i dodici fratelli si trasformano in altrettanti corvi che si alzano in volo e scompaiono nel cielo. Con i fratelli anche la casa ed il giardino scompaiono, lasciando la fanciulla sola nel bosco. Compare solo una donna, che le spiega che è stata proprio lei, cogliendo quei gigli, a condannare i fratelli a quella triste sorte. C’è un solo modo per farli tornare ad essere quelli che erano prima, accettare una difficilissima prova: per sette anni non dovrà nè parlare, nè ridere: “Allora la fanciulla disse in cuor suo: sono sicura che ci riuscirò“.

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Così inizia per la fanciulla un lungo periodo di difficili prove. La prima e più importante è rappresentata da un giovane principe che la vede e che, colpito dalla sua incredibile bellezza, le chiede di sposarla e seguirlo nel suo castello. La giovane fanciulla accetta, ma non per questo viene meno al proprio giuramento: continua a non parlare e a non ridere. Così la madre del giovane principe, un’altra regina di un altro regno, inizia a parlarne male, a dire che è una mendicante e che se non verrà cacciata sicuramente farà malefici e porterà la rovina al castello. Non ci si può fidare di chi non parla, né ride. Il giovane principe si lascia convincere dalle parole della madre e si decide a condannare a morte la fanciulla. Ma proprio quando la pena sta per essere eseguita ci si accorge che sono passati i sette anni della lunga prova. I dodici corvi tornano in volo e quando si posano a terra si trasformano nuovamente in esseri umani. La prova è una stata portata a termine, i sette anni sono passati e la fanciulla viene liberata. Superata la prova può finalmente spiegare al principe il perché del suo silenzio. Il giovane, innamorato della fanciulla, se ne rallegra e ordina che la vecchia regina e matrigna colpevole venga messa a morte: “Messa in una botte piena d’olio bollente e serpenti velenosi e morì d’una terribile morte“.

Questa bellissima fiaba è incentrata su alcune tematiche fondamentali: la necessità di allontanarsi dalla famiglia d’origine, la rivalità e l’amore fraterno e, infine, la necessità che l’individuo si impegni e superi delle prove per poter ottenere qualcosa, abbandonando l’assurda pretesa di avere tutto senza far nulla per meritare quanto si desidera.

Benché il titolo di questa fiaba si riferisca esplicitamente ai dodici fratelli – e del resto sono loro a dare il via alla storia – è la giovane fanciulla e la sua crescita ad essere al centro di questo racconto. Lei è l’usurpatrice, il nuovo venuto, quella che viene a turbare i vecchi equilibri, a detronizzare i fratelli più grandi, anzi il fratello più grande, dato che tutti e dodici possono essere ri(-con)dotti ad uno è cioè al più piccolo, a Beniamino, l’unico che abbia un nome ed una voce, colui che non a caso è il più piccolo fino alla nascita della sorella minore, colui che fino a quel momento era, di nome e di fatto, “beniamino”. Qui si impone in tutta la sua forza il tema della rivalità fraterna. La nascita di un fratello è il agli occhi del figlio più grande, fino a quel momento abituato ad avere tutte le attenzioni per sé, un vero e proprio attentato alla sua vita, attentato qui simboleggiato e implicitamente rievocato dal re che minaccia di morte i dodici fratelli. Così, di conseguenza, quella fuga dal castello rappresenta la necessaria rottura del legame simbiotico che lega il bambino alla madre e si accompagna all’ira provata per la sorella più piccola e al desiderio di uccidere qualsiasi donna avrebbero incontrato. E non bisogna nemmeno dimenticare l’odio reale verso la madre, traditrice a sua volta in quanto è lei a partorire l’intruso: madre cattiva ed oggetto d’odio che, in qualche modo, dovrà scontare questa sua colpa, benché sotto le spoglie della madre/matrigna del giovane principe. E non è un caso che i dodici fratelli giurano vendetta non contro il re (dispotico) o la sorella (usurpatrice), ma contro qualsiasi donna e, quindi, contro quella madre che, in fondo, è da ogni donna rappresentata.

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Eppure questa è una fiaba anche sull’amore fraterno, dove non solo Beniamino è disposto ad aiutare la sorella, ma dove, soprattutto, una fanciulla che con la sua nascita ha esposto al pericolo (simbolico) della morte i fratelli, adesso accetta una dura prova, mostrando d’esser disposta a riparare a quel primo torto mettendo a repentaglio la sua stessa vita pur di restituire loro la forma umana. Ma questa incredibile prova dice anche altro, e cioè che la fanciulla non può limitarsi ad ereditare il regno e le ricchezze per solo decreto del re, che non può godere del regno e (simbolicamente) di tutte le attenzioni del re (del padre) in modo infantile. La fanciulla, per crescere, deve esporsi a delle prove, deve guadagnarsi un futuro migliore e per far questo deve necessariamente lasciare la casa, lavorare con i fratelli, e infine affrontare una dura prova – chiudersi in quel silenzio che spesso contraddistingue gli adolescenti che si preparano a maturare – ed accettare l’eventualità della morte (di fallire in questo processo di crescita). Tutto questo per riportare in vita i fratelli, per guadagnare un “nuovo” regno, lontano e diverso da quello d’origine, quello di nascita. La fanciulla ultima arrivata non può limitarsi a prendere il posto di Beniamino (che in quanto maschio innamorato della madre teme la ferocia sanguinaria del padre e intuisce che questo padre dispotico preferirà la figlia femmina a lui), se vuole veramente realizzare la propria personalità deve sottrarsi al potere del re (che appare sì benevolo, ma comunque deciso a predeterminare l’esistenza della fanciulla disponendo del suo futuro), all’amore e all’antagonismo della regina (che si dimostra matrigna nel suo non opporsi veramente al re e nel farla allontanare dal regno) e così guadagnarsi un vero amore ed un regno a partire dal suo carattere e non solo dalla sua bellezza. Non è un caso che dal giardino fatato raccolga proprio dei gigli, fiori che già anticamente (per gli egizi ed i sumeri prima e lungo tutta la tradizione cristiana poi) erano simbolo di sovranità regale, così come della innocenza verginale delle ragazze avviate al matrimonio. Tutta la nobiltà d’animo e la fierezza del carattere, capacità di tacere e di non ridere (non è forse il riso sguaiato in una donna una traccia di intemperanza? Qualcosa che urta e ingenera malizia?), sono tutte nella determinazione con cui questa ragazza persegue il suo obiettivo, con cui diventa se stessa e trova il regno e cioè la sua felicità e realizzazione. Il suo diventar donna, regina del proprio destino.

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4 commenti su “Fabulae: Grimm, I dodici fratelli

  1. Alessandra
    dicembre 13, 2014

    Mi piace molto come svisceri psicologicamente i contenuti delle tue letture, ricavandone ogni volta degli spunti che fanno riflettere. La tua chiarezza espositiva è encomiabile.

  2. tommasoaramaico
    dicembre 13, 2014

    Grazie. È un po’ che mi sono messo a rileggere fiabe più e/o meno famose, ho rincarato la dose leggendo qualche saggio e alla fine mi sono detto che poteva essere divertente condividere riflessioni e spunti a partire da letture troppo frettolosamente lasciate ai soli bambini (io stesso ne sono colpevole).

  3. Francesca
    gennaio 1, 2015

    E’ una lettura molto profonda, e ti faccio i miei complimenti, proprio perché la fiaba è ricchissima di simboli. Io aggiungerei anche un altro aspetto, più inquietante, che oggi emerge anche nella nostra società in modo drammatico: quello del rifiuto del re della sua funzione di padre. L’uccisione da parte di un padre dei figli maschi è un elemento ricorrente nella mitologia (Cronos), come anche nella storia biblica (Abramo) . Rivela il timore del maschio dominante di essere scalzato dal suo ruolo ad opera di un nuovo sovrano giovane e vigoroso. Il vecchio che non accoglie facilmente il nuovo, il rinnovamento. Il padre che rifiuta, uccide, il figlio maschio – e qui sono 12, come i 12 mesi, come il tempo dell’anno, il tempo che passa – rifiuta se stesso, come maschio e come uomo. Il che conduce a una conseguenza drammatica: il figlio rifiutato odia la donna, ma anche la propria parte femminile, la compassione, l’accoglimento. E giura guerra alle donne, sviluppa un odio che fa desiderare la loro uccisione. L’unico fratello che non lo fa è proprio Beniamino, colui che si occupa dei suoi fratelli, che non ha spento in sé la capacità di accoglimento e comprensione. L’unico che non ha soffocato la sua parte femminile, né quella maschile.
    Nella nostra società, in cui ormai è chiara l’incapacità di molti uomini di essere padri, per fragilità, per difficoltà di amare, per la debolezza di un’autorità capace di giustizia ed equilibrio, i maschi che ne nascono sono fragili e impauriti. Sentono la donna come usurpatrice dei propri diritti acquisiti nei secoli e questo potrebbe spiegare i molti ginecidi (preferisco questo termine al brutto “femminicidio”), così come nella fiaba si narra. Ma questa è una fiaba antica e dunque potrebbe significare che il conflitto fra i generi c’è sempre stato e che solo con l’amore, col sacrificio, con una crescita interiore può essere superato. Ma davvero è una fiaba ricchissima e che offre moltissimi altri spunti di lettura, soprattutto oggi. Grazie di averla ricordata. E Auguri!

    • tommasoaramaico
      gennaio 1, 2015

      Oltre a ricambiare i tuoi auguri, sono io a dover ringraziare te per il percorso che qui suggerisci. È vero, queste fiabe sono tanto complesse da essere delle vere e proprie stratificazioni di senso. Di più, la loro complessità può essere paragonata ai boschi intricati in cui i loro protagonisti si perdono e si trovano. Così avviene anche per i tanti lettori che vi entrano (con la lettura) e creano percorsi (interpretazioni) sempre nuovi. Capita poi che percorsi diversi si incrocino in uno o più punti di queste vere e proprie foreste di simboli…e così ognuno prima ascolta e poi racconta all’altro il proprio pezzo di storia…e mano a mano che si va avanti queste storie si fanno sempre più complesse ed avvincenti. Grazie ancora per il commento.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 13, 2014 da con tag , , , .

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