Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Figure del padre: Jean-Joachim Goriot

Fino a che punto può spingersi l’amore di un padre per il figlio? Può il padre recitare il proprio ruolo fino a perderlo? Fino a perdere la propria collocazione nel mondo? Può il padre rendere i figli qualcosa di più (e di diverso) da cosa dovrebbero essere e, di conseguenza, fare di se stesso qualcosa di meno (e di diverso) da quello che dovrebbe essere? La vicenda di Jean-Joachim Goriot, al centro del celebre Papà Goriot di Balzac, illumina tale vicenda, permette di gettare luce su questa nuova, a tratti mostruosa, incarnazione del Padre.

Tutta la mia vita, per me, è nelle mie due figliole. Se loro si divertono, se sono felici, ben vestite, se camminano su dei tappeti, che importanza ha la stoffa che mi veste e il posto dove dormo? Non ho freddo se loro hanno caldo, non mi annoio mai se loro ridono […] Insomma, io vivo tre volte. Vuole che le dica una cosa curiosa? Ebbene, quando sono diventato padre, ho capito Dio. Egli è tutto quanto in ogni luogo, poiché la creazione è opera sua. Io sono così con le mie figliole, signore. Solo che io amo le mie figliole più di quanto Dio ami il mondo, poiché il mondo non è bello come Dio, e invece le mie figliole sono più belle di me”.

L’amore del signor Goriot è un amore che non si auto-comprende, un sentimento che sfonda i limiti di ciò che è propriamente umano e che per annunciarsi al mondo deve necessariamente mettersi in relazione a qualcosa che (Dio) è un superlativo assoluto e non relativo: Goriot gode della sua abnegazione per le figlie (gode del dolore che si auto-infligge per compiacerle, senza riuscire a cogliere le pene che le figlie gli infliggono pur di ottenere quel che vogliono), della sua capacità di abbandonare la sfera dei sentimenti propriamente umani per lanciare una aperta sfida all’amore di Dio per il mondo. Il suo amore è più grande e disinteressato di quello dello stesso Creatore perchè Dio (nell’ottica delirante del vecchio) non saprebbe realmente rinunciare alla propria gloria e sovranità e superiorità rispetto al mondo, mentre lui ha fatto qualcosa di più: le sue figlie sono migliori di lui stesso, il creatore.

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La vita di papà Goriot può essere riassunta in poche parole: uomo di umili origini che con l’ingegno e la spregiudicatezza nel condurre i propri affari di pastaio è riuscito a creare un enorme capitale. Rimasto vedovo, Goriot vende la propria attività per consegnare alle figlie, Anastasie (poi contessa de Restaud) e Delphine (poi baronessa de Nucingen), gran parte del suo patrimonio. Le figlie, avide di richezze e ossessionate dalla vita dell’aristocrazia parigina, prima ghettizzano ed allontanano il padre di cui si vergognano, poi sono costrette ad abbandonare il loro mondo scintillante per andare a trovarlo per sottrargli le ultime risorse rimastegli. Per meglio perpetrare tale costante rapina fingono un amore filiale che non esiste, ma che il vecchio (orami ridotto alla povertà e annebbiato da una passione morbosa) crede verace.

Goriot è il padre travolto dalla passione, tanto sopraffatto da non essere più Padre, ma qualcosa di molto diverso. Il suo amore è morboso, il suo sentimento è affetto da amnesia, è privo dei limiti e dei vincoli necessariamente legati al ruolo del Padre, Goriot si comporta da amante, si inginocchia davanti alle figlie per baciare i loro piedi, le guarda lungamente negli occhi, struscia la testa contro i loro vestiti. Goriot è l’aberrazione del Padre, è il suo tracimare nell’evocazione di un incensto mai (coscientemente) desiderato, mai tentato, eppure suggerito all’immaginazione, impensato. Goriot è letteralmente pazzo delle figlie. Tanto pazzo da far vacillare il suo ruolo di Padre – come un pendola della paranoia che oscilla fra disperazione ed euforia – fra attimi di fusione e momenti di abbandono e disperazione. Goriot, a tratti, riesce ad aprire gli occhi, percepisce il disprezzo delle figlie. Goriot l’ex-pastaio capisce di essere colui che porta alla luce quel passato che le figlie si affannano a cancellare. Ma questa lucidità presto svanisce e la colpa di tutto ricade sui generi di estrazione aristocratica che non lo hanno accettato e non lo vogliono nelle loro case. Ma Goriot si sacrifica, si mette al bando da sé.

Goriot, però, non è vittima solo delle sue due figlie. Meglio, è vittima di due figlie che altro non sono se non lo specchio di una società che tutta si regge e sostieme su di una sorta di nefasta equazione: ricchezza = virtù. Le figlie sono espressione di una dinamica sociale che può, anzi deve, cancellare le leggi della morale (e dunque dei vincoli familiari), perché queste sono un freno alla scalata sociale, alla notorietà, alla ricchezza. Papà Goriot, però, viene schiacciato da questa dura legge che non lascia spazio al disinteresse, perché il suo stesso sentimento ha in sé qualcosa di s-proporzionato. La generale depravazione dei costrumi duramente denunciata da Balzac serve a far esplodere tutte le contraddizioni di cui questa figura, o incarnazine del Padre, è portatrice.

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Goriot stesso è esposto all’ossessione del denaro, all’avidità di denaro che vertebra l’esistenza stessa delle figlie. È l’amore stesso di Goriot che si denuncia come possesso: donare denaro alle figlie per possedere le figlie stesse, per comperare il loro affetto. Per Goriot avere denaro significa avere le figlie presso di sé, legarle a sé per mezzo del denaro. La doppia veste (di vittima e carnefice) di questo padre si fa evidente. Pur di possederle Goriot farebbe di tutto. Goriot vuole possedere le loro risate, sentire il loro profumo: «Le mie figlie erano il mio vizio, le mie amanti, tutto quanto insomma». Ma Goriot è soprattutto il Padre che si trasforma in Schiavo, in Vittima. Nulla può di fronte alla ferocia e all’avidità delle figlie, nulla può quando questa ferocia ed avidità sono tanto lampanti da spazzare via la cecità e la cattiva coscienza di Goriot. Finalmente, sul letto di morte, Goriot può maledirle. Ma è questione di attimi, perchè subito è costretto a rientrare in sé e a rintanarsi nell’ultimo cantuccio rimasto al suo amore morboso ed incapace di dirsi-la-verità, e cioè nella follia. Nell’estrema impossibilità di conciliare illusione e realtà, la demenza è la via più sicura. Goriot, dunque, è il Padre folle, il padre che ama fino a farsi un porco, che ama fino ad umiliarsi, a strisciare, a mendicare uno sguardo, una parola gentile, l’eco di un contatto fisico, fino a morire nella lordura d’una stanza fatiscente, coperto di vestiti smerdati.

La patria perirà, se i padri sono calpestati. È chiaro. La società, il mondo si reggono sulla paternità, tutto crolla se i figli non amano i padri. […] Si, mi rendo conto, l’abitudine di strapparmi le viscere ha tolto ogni valore a tutto quello che facevo. 

Questo “Cristo della paternità“, come lo definisce lo stesso Balzac, è il simbolo del Padre per cui l’Inferno coincide col non-aver-più-figli. Il simbolo di una società patriarcale che inizia a vacillare. Goriot è il Padre che tenta l’impossibile, è l’equilibrista che cerca di tenere su un capo dell’asta un affetto che muta in sottomissione e, dall’altro, la volontà di mantenere un controllo (perlopiù economico) sulla vita delle figlie. Il funambolo  è destinato a cadere. Goriot è padre-amico, padre-amante, padre bambino (e dunque rimbambito); è il padre che fa saltare ogni barriera, incapace com’è di mantenere quell’a-simmetria che deve necessariamente sussistere per poter instaurare un verace rapporto padre-figlio. Goriot è un Padre che non può legittimamente lamentarsi della sua mala sorte: lui stesso ha fatto saltare quegli argini (leggi), permettendo alle figlie di circondarlo, prenderlo in ostaggio, derubarlo d’ogni sua ricchezza e poi abbandonarlo, lasciarlo solo, perso in una morte ignominiosa. Goriot è il rovescio dell’amore, il rovescio del Padre. Goriot merita di morire solo come un cane, Goriot è la morte stessa del Padre: “Era la morte dei poveri, senza fasto, né seguito, né amici, né parenti”. Goriot è padre che non è più padre, colui che ha rinunciato all’essere Padre, che non ha saputo conciliare amore e rispetto di sé e della propria figura. Goriot è destituito d’ogni ruolo, non può avere alcun riconoscimento, non ha saputo amare in modo umano (ma solo divino, a suo dire). Per questo motivo nessun umano vorrà assistere alla sua sepoltura, e dirgli addio. Goriot è colui che non viene accompagnato alla tomba dalle figlie, e come potrebbero farlo? Le figlie non erano mai state veramente delle figlie (ma sempre qualcosa di diverso: amanti, padrone, etc…) e chi non ha figli non può, per definizione, essere-Padre. Il titolo di questa grande opera bisognerebbe ripensarlo (anche rischiando un’imputazione per blasfemia, oltre che il pubblico ludibrio), anche al di là delle intenzioni dell’autore. Papà Goriot.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 1, 2014 da con tag , , , , .

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