Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič

Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo. Il suono si spense, ma fuori, come di notte, quando Šucov si alzava per andare al bugliolo, c’era un gran buio. Tre luci gialle s’intravedevano nel riquadro della finestra: due nella zona esterna del campo e una all’interno. Nessuno era venuto ancora ad aprire la porta della baracca, né si sentivano i detenuti di turno infilare i bastoni nel bugliolo per portarlo via a spalla.

Autorizzata personalmente da Chruscëv come strumento per la sua battaglia di destalinizzazione, la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič (1962) segna la nascita di un nuovo, grande scrittore: Aleksandr Solženicyn. Certo, la scalata di Solženicyn agli onori della cronaca fu sì repentina e dirompente, ma, data la sua natura (nata all’interno di un ben preciso disegno politico), non poteva che essere effimera. Insieme a Una giornata di Ivan Denisovič, vennero pubblicati anche i racconti La casa di Matrjona e Alla stazione, ma ben presto buona stella di Solženicyn perse tutto il suo splendore. Troppo legata al favore di Chruscëv, la buona sorte abbandona Solženicyn già nel 1964, quando Chruscëv stesso non sarà più al potere. Le opere e il nome stesso di Solženicyn scompaiono da giornali e riviste, l’ambiente intellettuale, fortemente legato ed influenzato dagli orientamenti del Partito, assume un atteggiamento ostile e nel 1969, come atto finale, Solženicyn viene espulso dall’Unione degli scrittori. Già in questo periodo le opere del grande scrittore russo iniziano a circolare illegalmente sia in Unione Sovietica, che in Occidente. Da questo momento in poi la storia è nota. Il Nobel per la letteratura (1970), l’ostracismo più intransigente, l’arresto e l’esilio lungo vent’anni (1974-1994). La letteratura come denuncia dei crimini del regime.

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Tutta l’opera di Solženicyn prende spunto da vicende autobiografiche che vengono arricchite ed approfondite dalle innumerevoli testimonianze, vicende, riflessioni di quegli uomini e donne che l’autore ha incontrato. I tre racconti pubblicati fra il 1962 e il 1963 ne sono un primo assaggio. Con Una giornata, La casa di Matrjona e Alla stazione Solženicyn ripercorre gli anni che vanno da una prima entusiastica adesione al regime, passando per la Seconda guerra mondiale, fino alla prigionia e poi al confino. In questo senso, questi tre racconti possono essere letti come un’unica vicenda che si snoda e si materializza in personaggi diversi, ma, tutto sommato, tenuti insieme da un unico filo, un unico destino, così come le perle fanno una collana nell’esser tenute insieme da un medesimo filo.

Con Una giornata di Ivan Denisovič seguiamo Ivan in un giorno del gennaio del 1951. Seguiamo lui e gli altri detenuti dalla sveglia al mattino, fino alla sera in cui, dopo una dura giornata di lavoro, ritorna al campo per ritrovare nuovamente il letto. Ivan è finito nel campo di prigionia durante la Seconda guerra mondiale, ingiustamente ed arbitrariamente condannato per alto tradimento. Fin dal mattino si assiste ad una miriade di stratagemmi e tecniche per non soccombere alla durezza del campo, alla sporcizia, alla denutrizione, ai maltrattamenti, al freddo. Così come in battaglia gli Stati entrano in una “economia di guerra” per poter sostenere gli sforzi bellici e sconfiggere il nemico, allo stesso modo in questo racconto assistiamo ad una “economia di guerra” del detenuto per fronteggiare la pena e non perdere la vita: un cucchiaio, un tozzo di pane, le schegge di legna per la stufa, lo stato dei guanti, delle scarpe, un ago con un po’ di filo per cucire, un ciuffo di tabacco, un pesciolino nella brodaglia…tutto viene minuziosamente catalogato, economizzato per non perdere nulla, per trarre il massimo beneficio possibile da ogni cosa. Ivan Denisovič e, attraverso i suoi occhi, tutti gli altri detenuti, vengono offerti al lettore nella loro nuda e tragicomica lotta per arrivare per primo alla mensa, per ottenere il lavoro migliore (e cioè quello meno massacrante, meno esposto al gelo e che meno espone alla morte per congelamento), per trovare qualche prezioso minuto in più per riprendere fiato, stendersi, magari dormire. Quello che ci offre Solženicyn è la lotta titanica (per molti di questi uomini tragica, o impari) del detenuto contro un Regime: «Del potere sovietico! […] Possibile che anche il sole si sottomettesse ai loro decreti?».

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Eppure, anche nel disagio e nel generale imbarbarimento, nella lotta per la sopravvivenza che porta allo scontro fra i detenuti, Solženicyn riesce ancora a scorgere l’umanità dell’uomo. Esistono ancora un rispetto senza servaggio e persino la capacità (in linea con la grande tradizione della letteratura russa – i nomi sono tanto scontati da rendere superflua ogni elenco) di credere ancora in Dio, così come testimoniato da Aljoška il Battista, rinchiuso per la sua fede. Il terrore, ci insegna Aljoška, non riuscirà mai del tutto a privare l’uomo della fede, perché l’aspirazione dell’uomo al Bene non può essere soffocata; perché, in qualche modo, il dolore che il male ci procura è di per sé una ribellione al male stesso: il dolore (che è rifiuto del Male) di per sé attesta che l’uomo aspira al Bene.

Solženicyn ci offre una cronaca appassionata e fredda al tempo stesso: fredda nel mostrare minuziosamente le mostruosità dello stalinismo, appassionata nel seguire con partecipazione le vicende e i destini di uomini che, in condizioni disumane, cercano di mantenere la propria dignità entro il sistema mortifero del “campo”. Quella dignità e quell’umanità sono le stesse che portano Ivan a privarsi di un tozzo di pane per offrirlo ad Aljoška, il cui volto si illumina non tanto per il cibo che andrà a riempire il suo corpo, ma per il corpo di Ivan, che accetta la privazione per far sì che lo Spirito sia vivificato fra loro. Questa è, in qualche modo, religione come re-ligio, come un legare-insieme-gli-uomini (e poi gli uomini con Dio, nella prospettiva di Aljoška).

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Eppure Solženicyn non deve essere preso per un ingenuo che frettolosamente tesse le lodi di un generico spirito russo che resiste alle degenerazioni dello Stalinismo. Al contrario, come testimoniano gli altri due racconti, Solženicyn non dimentica mai di ricordarci quella tendenza al male si annida anche nell’uomo che vuole essere buono, umano, virtuoso. Questa doppiezza emerge con forza in Alla stazione, dove il protagonista, il tenente Zotov, rappresenta un uomo che crede fermamente nella Rivoluzione e che la interpreta nel suo senso migliore, con umanità. Il tenente Zotov incarna il rigore morale, l’adesione alla divisa, la fede nei principi comunitari del Regime. Solo che tale adesione all’Ideale risulta assai difficoltosa perchè il Sistema nel suo complesso non funziona, perché fa acqua da tutte le parti, perché si è inceppato. Come potrà Zotov – che è una parte infinitamente piccola nel Tutto del regime – a cambiare il corso delle cose o, almeno, a resistere alla forza di un Sistema corrotto? Con tutti gli sforzi che porta avanti, Zotov non sarà in grado di “far funzionare” e di rendere efficiente ed umana neppure quella porzione di mondo che gli è stata affidata, quel presidio del socialismo che è la stazione di Krečetovka dove coordina il passaggio di treni, merci, uomini. L’impossibilità, persino per il buon Zotov, di sottrarsi al fascino distruttivo dell’ideologia, lo porterà a dubitare di un povero cittadino in attesa di un convoglio per raggiungere una città. Persino in Zotov il dubbio che nasce da un nulla si gonfia e si trasfigura nel “fermo”, in un sospetto che non attende verifica, che non può permettersi di distinguere fra sospetto fondato ed infondato, che non ha il tempo per dubitare di se stesso, della propria ragionevolezza. Insomma, il sospetto, nell’ingranaggio del regime, coincide con la condanna. Zotov sente tutto questo, ma è parte del sistema e, quindi, non può sottrarsi alla sua forza. Non lo farà neppure quando il malcapitato lo implorerà di lasciargli continuare il suo viaggio: «Che cosa fa! Che cosa fa! – gridava Tveritinov con una voce risonante come una campana. – Ma a questo non c’è più rimedio!».

La caduta del giusto assume il suo significato più pieno ne La casa di Matrjona, dove troviamo una sorta di continuazione di Una giornata, dove il protagonista (proprio come Solženicyn) è un ex-detenuto che ha finito di scontare la pena e viene mandato al confino, dove si stabilisce nella casa di Matrjona, una vecchia contadina malata, sola, perseguitata dal sistema e dai folli ingranaggi della burocrazia. Povera, malata, sola, Matrjona viene sfruttata dai vicini, che la chiamano a lavorare le loro terre senza darle nulla in cambio, senza che lei nulla voglia o pretenda in cambio. Con la vicenda di Matrjona andiamo a toccare il cuore pulsante dell’opera di Solženicyn, tutta la tensione religiosa che l’attraversa.

E soltanto allora – da questi giudizi di disapprovazione della cognata – mi emerse dinnanzi l’immagine di una Matrjona che non avevo compreso, persino vivendo a fianco a fianco con lei. […] Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la nostra terra.

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Con la vita e la morte di Matrjona andiamo a toccare la sorte di tutti quelli che non si arrendono, di coloro che – inconsapevoli di quel che fanno e della grandezza (morale) delle loro vite – portano il peso della civiltà, della carità, dell’umanità. È a tutte questi uomini e donne che hanno subito ciò che vi è di disumano che Solženicyn dedica tutto il suo lavoro, così come recita in Arcipelago Gulag.

Dedico questo libro

a tutti coloro cui la vita non è bastata

per raccontare.

Mi perdonino

se non ho veduto tutto,

se non ricordo tutto,

se non tutto ho intuito.

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4 commenti su “Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič

  1. sololennesimoblogghista
    ottobre 25, 2014

    Bell’articolo. Quando lessi Solzenicyn (Una giornata di Ivan Denisovic), rimasi colpito dalla precisione chirurgica con cui descriveva i pasti, dalla tecnica con la quale il protagonista andava centellinando i bocconi di pane. E poi dalla maestria, tutta russa, di tessere insieme problematiche esistenziali con quelle religiosi e quelle d’ordine etico-politico. Un libro magnifico.

    • tommasoaramaico
      ottobre 25, 2014

      Grazie. Dici bene, questo autore, come tutti i grandi della letteratura russa, riesce ad offrire una visione del mondo senza però dimenticare il singolo uomo e la cura con cui protegge una crosta di pane. Un libro bellissimo.

  2. Alessandra
    ottobre 25, 2014

    Non conosco questo autore, ma la tua analisi è veramente intensa. Sono rimasta colpita in particolare da questa frase “il dolore che il male ci procura è di per sé una ribellione al male stesso”. Credo che non me la scorderò facilmente.

    • tommasoaramaico
      ottobre 25, 2014

      Grazie. Solzenicyn ha scritto dei libri davvero incredibili, così come incredibile è stata la sua vita. Per quanto concerne la frase che ti ha colpito, che dire, forse i miei studi di filosofia della religione sono serviti a qualcosa…

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 25, 2014 da con tag , , , .

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