Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Incipit: Buoni propositi

“No, aspetta – stavo per dire qualcosa di sbagliato, ma sono riuscito a fermarmi appena in tempo, o forse no.
Sul volto di Natalia affiora quel senso di stanchezza che troppo facilmente, negli ultimi tempi, riesco a provocare anche con la mia sola presenza.
“Ti sei appena svegliato – dice a bassa voce.
Riempio la tazzina di Natalia, fino all’orlo.
“Troppo, scusa.”
“Non fa niente.”
Vorrei tanto continuare a lamentarmi delle zanzare, farle ammettere che anche lei è stata pizzicata e poi partire a testa bassa contro l’amministratore, che poi è mio padre. Ma Natalia sta già guardando l’orologio. Abbiamo a disposizione poco più di dieci minuti prima che lei esca per andare al lavoro e oggi vorrei salutarla guardandola negli occhi e non ritrovarmi per l’ennesima volta a vederla scappare via. Ma tutto questo non toglie che siamo a fine novembre e che qui ci sono ancora le zanzare e tutto perché l’amministratore, cioè mio padre, non ha chiamato quelli della disinfestazione.
Natalia butta giù il suo caffè tutto d’un fiato, evita di guardarmi ed io non so proprio cosa inventare per riuscire a farla uscire di casa di buon umore. Sul tavolo c’è lo specchietto ovale che ha usato insieme alle pinzette per sistemarsi le sopracciglia e strappare qualche pelo di troppo dal labbro superiore. Non sapendo cosa fare mi specchio. A parte i pori del naso, che paiono piccoli crateri tanto sono dilatati, sono spettinato e tutto intorno alle orecchie i capelli bianchi sono aumentati. Sono un po’ troppo lunghi e anche la barba, tutta puntinata di bianco, ha bisogno di un’accorciata. L’insieme dà un senso di sporco e di trasandato o, molto più semplicemente, sta a significare che sto invecchiando. E questo mi pare assurdo.
Vorrei lamentarmi del gatto che tutte le mattine, all’alba, si piazza qua sotto a miagolare, ma so che lei mi risponderebbe che quel gatto è l’unico essere che ancora tiene in vita mia nonna, una povera vedova di novanta anni suonati. Non mi lamento solo perché ho il terrore di non ottenere nessuna risposta, di vedere Natalia che si tira su in piedi per andarsene, anche se abbiamo a disposizione ancora qualcosa come otto minuti. Preferisco che rimanga qui, seduta a fissare la televisione accesa, col volume tenuto al minimo.
Proprio mentre mi mordo la lingua per non urlarle contro che non ce la faccio più, che in questa casa mi sento circondato, sotto assedio; ecco, proprio mentre tiro fuori tutta la mia forza di volontà, i vetri tremano, terrorizzati per una porta sbattuta con violenza nell’appartamento dei nostri vicini. Per lo spavento tintinnano pure le tazzine contro i piattini. Apro la bocca, ma l’unico suono che produco è quello dell’aria che tiro dentro. Natalia fa scattare gli occhi dallo schermo della televisione e li punta contro le mie labbra umide. Vorrei tanto poterle dire che quella puttana della nostra vicina era appena tornata a casa e che aveva passato buona parte della mattina, dalle sette alle otto meno un quarto, ad insultare il figlio di tre anni urlandogli contro che era uno stronzo, una merda, una testa di cazzo. Vorrei dirle che adesso quel disgraziato di un bambino, che poi è mio nipote, figlio di mia sorella, molto probabilmente doveva essere all’asilo, immobile in un angolo, mentre qualche altro bambino si divertiva a farlo piangere.
“A che pensi?”
Grazie a Dio Natalia ha parlato. Rispondo dopo un paio di secondi, quando mi sento sicuro di aver trovato le parole giuste:
“Niente, che forse avevi ragione tu, qui non dovevamo venirci, me la sono cercata.”
Natalia non dice nulla. Mi fissa con uno sguardo che non riesco a decifrare. Non sono più così sicuro di aver detto la cosa giusta, però decido di andare avanti. Poso la mia mano sulla sua e lei, per fortuna, non la ritira. Faccio fatica a trattenere un rutto, tanto sono agitato. Vorrei darle un bacio, ma sento di avere la bocca impastata, così mi accontento di tenerle la mano. Ancora cinque minuti e poi potrò lasciarla andare senza il timore che lei, sfibrata dalla vita che le faccio fare, si lasci penetrare dal primo collega d’ufficio capace di portarsela dentro uno di quegli sgabuzzini pieni di risme di carta, toner per le stampanti e cose del genere…

Nuvole

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 10, 2014 da con tag , , .

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