Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Faulkner, Le palme selvagge

Quando si ha a che fare con William Faulkner bisogna mettersi in testa che ci si ritrova davanti ad uno scrittore che non ha nessuna intenzione di venirci incontro o di renderci le cose facili, si deve mettere in conto la personale posizione di uno scrittore che vuole con tutto se stesso risultare inaccessibile, tanto come artista che come uomo. Ecco cosa risponde, ad esempio, al critico Malcom Cowley, che dopo aver pubblicato su “Life” un articolo dedicato ad Hemingway, proponeva a Faulkner di scriverne uno su di lui:

Caro Malcom, visto il tuo pezzo su Hemingway: non l’ho letto, ma so che va bene, se no non l’avresti firmato; e dunque andrà bene anche per Hemingway, e mi auguro possa trarne vantaggio, sempre che un artista senta il bisogno di vantaggi del genere. Ma la cosa non fa per me. protesterò finché avrò vita: niente articoli, niente fotografie. La mia ambizione, come individuo, è quella di essere abolito e cancellato dalla storia[1].

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Le palme selvagge non fa eccezione rispetto a quanto detto. E non fa eccezione a partire dal dato più macroscopico. Le palme selvagge nasce dall’alternanza di due storie che, apparentemente, non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. Apparentemente, appunto. Perché se si va alla ricerca di un legame a partire dall’intreccio, allora si può dire tranquillamente che non v’è alcun ponte che metta in relazione queste due storie; ma se si lascia da parte l’intreccio, la vicenda in senso stretto, allora questi racconti che procedono parallelamente diventano come gli argini di un fiume che, per definizione, non si toccano, ma che, sempre per definizione, si richiamano l’un l’altro in modo necessario. Entro questi argini corre in tutta la sua potenza il fatto dell’esistenza. Da un lato abbiamo il racconto di una storia d’amore, dall’altro le vicende di un nero condannato ai lavori forzati. Da un lato la storia di Charlotte e Wilbourne, coppia alla ricerca di una felicità desiderata in modo così radicale e puro (forse astratto) da portare Charlotte stessa alla morte dopo un tentato aborto andato male. Dall’altro lato, la storia di un forzato che durante la storica inondazione del Mississippi (1938) affronta un’interminabile serie di avversità per condurre in salvo una donna che sta per partorire.

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Tutti i lettori di Le palme selvagge non possono che trovarsi alla presa con questa domanda: cosa lega questi due racconti? Fermo restando che non esistono risposte univoche neppure per il testo più lineare che si possa leggere, una cosa può però esser detta: questo romanzo ha a che fare con ciò che umanizza l’uomo, così come con la ricerca della libertà come realizzazione di sé in contrapposizione a tutte quelle forze esterne che tendono ad opprimere l’uomo. In questo senso il modernismo di Faulkner, da intendere come critica al moderno, raggiunge piena compiutezza proprio nel feroce ripudio di quei valori tanto cari al borghese medio del suo tempo (d’ogni tempo): denaro, lavoro, rispettabilità. Tale ripudio guida la tragica fuga d’amore di Charlotte e Wilbourne. Ma la ricerca della libertà e dell’umanizzazione guida, anche se da un’altra prospettiva, anche il forzato che vuole portare a termine il suo compito e che, pur avendo la possibilità di fuggire, preferisce costituirsi, poiché la sua libertà coincide con il far bene le cose, anche se il luogo per esercitare questa libertà è per lui la prigione. È per questo motivo che persevera nel suo obiettivo, pure nel mezzo della distruzione, del fluire delle cose, dell’inarrestabile movimento della Storia e degli elementi che rimandano alla irriducibile indifferenza alle cose umane che guida la Natura stessa.

Pensava a casa, al posto dove era vissuto quasi fin dalla fanciullezza, agli amici di tanti anni di cui conosceva le abitudini e che conoscevano le sue, i campi familiari dove faceva un lavoro che aveva imparato a fare e ad amare, i muli, di cui conosceva e rispettava il carattere come conosceva e rispettava il carattere di certi uomini[…] il suo buon nome, il suo senso di responsabilità non soltanto verso coloro che erano responsabili verso di lui ma verso se stesso, il suo amor proprio nel far ciò che gli veniva chiesto di fare, il suo orgoglio nel saperlo fare, qualsiasi cosa fosse.

Il turbinio dell’esistenza e della Natura non è semplicemente il contenuto di Le palme selvagge. Il continuo rivolgimento e sconvolgimento delle cose è nella forma stessa della prosa di Faulkner, e così il lettore, esattamente come il forzato nell’alluvione del Mississippi, si trova preso nella spirale di questa selvaggia prosa. Qui ad essere castigato è chi vuole opporsi a tale incessante e brutale movimento della Natura. Questo è lo scotto che dovranno pagare Charlotte e Wilbourne per la loro opposizione alla forza della vita che vuole se stessa. È proprio sullo sfondo di tale tragedia che simbolicamente si staglia (anche grazie all’opera del forzato) l’eco del vagito del neonato che sovrasta la distruzione operata dal Fiume. Qualcuno ha voluto leggere nella morte di Charlotte una condanna della pratica dell’aborto, e, al contrario, rinvenire un’epopea moraleggiante nella sopravvivenza della partoriente e del suo neonato traghettati dal forzato lungo il Mississippi. Tutto questo è a dir poco errato. Questo è non è un testo contro l’aborto, così come Faulkner non era un moralista. Le palme selvagge non è nemmeno un’opera sulla sacralità della vita. Faulkner, ancora una volta, non era un moralista.  Questo è un romanzo in cui la vita e il Fiume coincidono all’insegna di un magmatico andare avanti. Charlotte e Wilbourne pagano per il tentativo di essersi opposti a tutto questo per difendere un’astratta idea di libertà. È per questo motivo che Charlotte muore. E infatti è la Natura ad essere il soggetto, il basso continuo dell’intero romanzo: ne è la stoffa, la sostanza, e le due vicende, apparentemente slegate, sono le facce della stessa, unica medaglia. E quelle palme che per tutto il libro selvaggiamente fremono sotto i colpi del vento sferzante segnano proprio la passività e l’esser necessariamente squassato d’ogni cosa ed essere, uomo compreso.

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E la luna cominciò a crescere ogni notte mentre lui se ne stava lì, e lui se ne stette lì nella luce morente mentre ogni notte calava; e un pomeriggio vide le bandiere sull’esile pennone del Palazzo del Governo alla foce del fiume fluttuare rigide una sull’altra contro un piatto cielo color acciaio corso da nubi, e per tutta quella notte una boa vicina alla foce muggì e gemette e la palma dinnanzi alla finestra stormì e sbatté e appena prima dell’alba, con una raffica violenta, la coda dell’uragano colpì. Non l’uragano; l’uragano stava galoppando in qualche punto del Golfo, semplicemente la coda, una sferzata della criniera che al passaggio sollevò sulla spiaggia una marea torbida e giallastra di tre metri che si ritirò soltanto venti ore dopo, e spazzò violentemente la palma selvaggia e frenetica che ancora risuonava secca…

Faulkner non era un moralista e la giustizia non arriva ovunque. Un uomo libero, medico di professione, va in prigione; un forzato che si costituisce, che riesce a riportare indietro la barca che gli era stata affidata, che aiuta una donna a partorire, ecco, neanche per lui non c’è traccia di clemenza. Di palme selvagge sferzate dalla violenza dell’uragano, di questo e di nient’altro si parla.


[1] Citazione da Storia della letteratura americana, (a cura di) G. Fink, M. Maffi, F. Minganti, B. Tarozzi, BUR 2013, p. 296.

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5 commenti su “Faulkner, Le palme selvagge

  1. Guido Sperandio
    gennaio 19, 2015

    Combinazione, ho preso proprio l’altro giorno Mentre morivo di F.
    L’ho iniziato, erano anni che non leggevo F., ne avevo solo un vago ricordo, poi leggendo un vecchio post di Alessandra, me ne è venuta la voglia… (I blog, che stimolo!…. 🙂 )
    I brani da te citati sono molto espressivi, e anche l’inizio di Mentre morivo mi piace…
    Penso sarà un bel piacere…

  2. tommasoaramaico
    gennaio 19, 2015

    Grazie. Si, Faulkner è un autore tanto complesso quanto avvincente. Bisogna stare alle sue regole, ma una volta imparato il “gioco” il divertimento è assicurato. Per quanto riguarda mentre morivo, beh, fra quelli di F. che ho letto è sicuramente il mio preferito. Il blog di Alessandra è un punto di riferimento anche per me ed è sempre bene consigliarlo a chi è alla ricerca di belle recensioni.

    • Guido Sperandio
      gennaio 24, 2015

      Sto proseguendo la lettura di “Mentre morivo”, e ritrovo quanto asserisci.
      È molto… letterario, ci sono delle compiacenze in compenso si riscatta perchè si “sente” che c’è sotto del talento. Non lo condivido, nel contempo tengo conto che nasce nel 1930 e che noi, lettori d’oggi, siamo più nevrotici, abituati sempre di più all’immediatezza. Dalla somma dei pro e contro, ne esce un bilancio comunque positivo. In sintesi: è a suo modo – come dicevi – avvincente.

      • tommasoaramaico
        gennaio 24, 2015

        Con Faulkner, con me, si sfonda una porta aperta. Nulla di quello che scrive mi pare mal scritto o di troppo. Persino in quei passaggi in cui pare proprio incomprensibile io mi trovo a mio agio…

  3. Pingback: Faulkner, Assalonne, Assalonne! | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 19, 2014 da con tag , , , .

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