Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Una domenica Michele

  «Piscialletto ci sarai tu, stronzo» aveva strillato Simone, sul punto di mettersi a piangere.

  «Zitto, piscialletto» gli aveva risposto Lorenzo.

  Tutti intorno ridevano e si godevano la scenetta, nessuno sembrava avere intenzione di intervenire per mettere fine al litigio.

  «Ma li senti?» ripeteva Guglielmo alla moglie senza trovare però alcun appoggio, perché anche la donna se la rideva, insieme ai clienti, mentre sistemava due prosecchi e qualche stuzzichino su un vassoio.

  A Guglielmo Napoleoni, il padrone del bar, quella storia non piaceva per niente. Avevano sette e nove anni, sette Simone, nove Lorenzo; e da più di due ore il padre li aveva lasciati al bar per andarsene chissà dove: «torno subito» aveva detto, uscendo dalla porta a vetri, assicurandogli che presto sarebbe arrivato Michele, il fratello maggiore, a prenderli. Non era la prima volta che quella storia si ripeteva e lui, per come si erano messe le cose, aveva deciso che quel cliente voleva proprio toglierselo dai piedi. Non riusciva a lavorare come si deve, tutto preso dal pensiero che a quei due ragazzini potesse succedere qualcosa proprio lì, nel suo bar.

  «Quello del padre è un mestiere disgraziato» ripeteva Cosimo, poggiato con i gomiti al bancone, come sempre in giacca, tutto lucido e rosso in viso. Guglielmo asciugava con un panno bianco i bicchieri usciti fumanti dalla lavastoviglie e senza rispondere al suo miglior cliente, teneva d’occhio l’evolversi della situazione. I ragazzini continuavano a litigare, non si capiva bene per cosa, mentre tutti, intorno a loro, ridevano e li aizzavano l’uno contro l’altro, e intanto bevevano i loro caffè corretti, i prosecchi, i bicchieri di vino. Sospirando, aveva caricato un’altra lavastoviglie con piattini, cucchiaini, bicchieri e tazzine sporche. Il bar gli era sfuggito di mano e anche con tutti i soldi che aveva speso per rifare il bancone nuovo, i tavolini e una piccola enoteca, la clientela era rimasta sempre la stessa. Da Cosimo in giù, lo frequentavano solo vecchi e uomini andati in pensione troppo presto, che non avevano niente da fare dalla mattina alla sera e si piazzavano là tutto il giorno a bere, un goccetto alla volta, solo apparentemente moderati e parsimoniosi. Chi entrava, magari attirato dall’esterno, consumava velocemente qualcosa, poi se ne andava per non ritornare mai più. Quei due bambini erano per i suoi clienti fissi un vero e proprio spasso, l’unico vero spasso che si concedevano, una volta alla settimana, tutte le domeniche.

  Michele correva come un pazzo. La campana della chiesa, in piazza, aveva iniziato a suonare. Correndo contava i rintocchi. Mezzogiorno e mezza. Era tardi ma sfortunatamente non sapeva correre più veloce, poteva solo farlo all’impazzata. Era talmente in ritardo che aveva tagliato per l’unico fazzoletto di vigna non ancora distrutto per lasciare spazio ai nuovi palazzi, quelli belli e costosissimi che ultimamente, in zona, spuntavano un po’ ovunque. A piedi era meglio evitare di passarci, perché tutti i randagi della zona si erano radunati lì da quando avevano perduto quei terreni incolti dove da anni la gente andava a buttare televisori, divani, armadi, vecchie cucine, tazze del cesso e cose del genere. In tutti quei posti negli ultimi anni avevano costruito un sacco di palazzi. Michele si era lanciato per la vigna e per fortuna non aveva incontrato nessun cane.

  Quando era arrivato al bar, Simone e Lorenzo erano seduti ad un tavolino circolare di metallo. Non c’era quasi più nessuno, a quell’ora si erano già tutti avviati verso casa per il pranzo. Raggiunti i fratelli, ancora con il fiatone, li aveva guardati mentre aprivano un pacchetto di patatine. Doveva averglielo regalato Guglielmo, perché di soldi in tasca i fratelli non ne avevano e il padre, dacché se ne ricordava, non era mai uscito di casa con il portafogli. Stavano in silenzio, sembravano tristi e abbacchiati e Simone doveva aver pianto. Michele sentiva lo stomaco bruciargli. Una delle cose che più intensamente desiderava era di crescere al più presto e poter pestare di botte quei vecchi merdosi che si divertivano ad infastidire e far litigare i suoi fratelli.

  Michele era entrato ed aveva salutato, educato e rispettoso come sempre.

  «Michè Michè» aveva urlato Simone, vedendolo: «guarda, due sorprese, guarda». Sembrava di nuovo contento.

  «Andiamo a casa, è tardi.»

  «Non aspettiamo papà?» aveva chiesto Lorenzo, prima di riempirsi la bocca con una manciata di patatine.

  «No.»

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il posto77

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 21, 2013 da con tag , , , .

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