Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ballard, L’isola di cemento

Andando in macchina per autostrade e raccordi, difficilmente si presta attenzione alle isole verdi ritagliate dal cemento, a quelle zone inservibili, residuali e perciò terra di nessuno. È proprio lì, all’interno di uno spartitraffico autostradale, che Ballard fa ruotare l’intera vicenda del suo romanzo. Robert Maitland sta tornando a casa, ma un incidente automobilistico lo catapulta fuori strada. Da quel momento, Maitland, giovane architetto, benestante e capace di destreggiarsi fra lavoro, amante e famiglia, si ritrova a dover fare i conti con un contesto che mette fuori gioco tutti gli schemi cui era abituato. Per far questo Ballard mette in opera tutta una serie di spostamenti: centro/periferia, desiderio/bisogno, civiltà/natura. Ma non è una libera scelta a determinare questi spostamenti, bensì una falla nel sistema che tutto ordina e controlla, una falla nel dominio della tecnica e, precisamente, falla o disfunzione che si materializza nel pneumatico che scoppia e nell’automobile che va “oltre” il guardrail, mettendo fuori gioco le disposizioni inerenti all’utilizzo di quel luogo, che è costretto nel ruolo di raccordo, e nulla più. Fuori dall’ordine dell’urbanizzazione, dell’organizzazione e dell’efficienza, vengono a mancare anche quei criteri di pianificazione dell’esistenza cui il protagonista era assuefatto. L’isola di cemento è così il luogo del naufragio – nel testo non mancano i riferimenti a Robinson Crusoe. Certo, a differenza dei tradizionali racconti che ruotano intorno all’idea del naufragio e della deriva, manca qui il ricorso alla terra lontana nello spazio. Non è casuale. Ballard sembra suggerire che l’esigenza contemporanea di razionalizzare l’intera realtà apre delle enormi crepe nello spazio e nel senso; tanto che essere lontani nello spazio non significa più essere da un’altra parte, bensì viene a significare essere qui, ma nella forma del non essere pienamente integrati, efficienti. La lontananza, così come la condizione del naufrago, appartengono a chi eccede il sistema stesso.

Immagine

La permanenza di Maitland in questa isola è segnata da una nuova prospettiva sul proprio corpo, sul tempo, sulla vita che fino a quel momento non aveva vissuto, ovvero su quelle direttrici un tempo integrate e adesso attraversate da una prospettiva del tutto nuova, aliena (ma, forse, non più aliena-ta). Ballard non vuole dire che tale esperienza sia un arricchimento, né fa capire esplicitamente cosa ne sarà del protagonista, se deciderà o meno di abbandonare tale condizione di naufrago. Una cosa, però, pare certa, e cioè che Ballard invita a guardare al progetto moderno che mira a saturare la realtà per mezzo della tecnica come a qualcosa che è votato a fallire, perso nella sua costitutiva incompletezza, essendo la realtà, per definizione, ciò di cui non ci si può appropriare, in quando se ne è parte. Nella non-integrabilità dell’essere, ovunque si aprono interstizi non regolamentati, lasciati alla libertà dell’individuo. Basta cercarli, volerli o, al più, finirci dentro, volenti o nolenti.

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Un commento su “Ballard, L’isola di cemento

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 9, 2013 da con tag , .

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