Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

J.G. Ballard, Il Condominio

“Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti”. Basta questa prima proposizione, che al tempo è apertura e approdo del romanzo, per qualificare tutta la portata straniante de Il condominio. Ballard comincia col presentare una situazione assurda come fosse normale, senza fornire spiegazioni, e lo fa proprio perché non c’è bisogno di alcuna spiegazione/giustificazione. Bastano poche righe per annusare che c’è molta carne al fuoco, se il contesto è quello in cui la millenaria alleanza fra l’uomo e il cane si spezza. Tutto questo si dà all’interno di un elegante condominio, che con i suoi quaranta piani e i “suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo”, assurge a realizzazione delle potenzialità della tecnica. Una piccola città verticale, fornita di scuole, banca, piscina, supermarket e di tutti i comfort della vita moderna. Eppure, il condominio, che dovrebbe essere garante di serenità, molto presto inizia a mostrare tutta la debolezza e la precarietà di cui è portatore. Le continue disfunzioni fanno sì che venga meno al compito che gli spetta, compito che non è semplicemente quello di semplificare la vita dei condomini, ma, in modo più essenziale, quello di ordinare e mantenere la pace e la concordia fra i suoi residenti. Un blackout fa saltare le regole della civiltà, lasciando emergere nuovamente quelle naturali, che erano semplicemente sopite. Ballard non ci offre una mera visione della tecnica e del suo rapporto con l’uomo, ma una vera e propria visione dell’uomo stesso. In questa che è una palese distopia, atta mettere a nudo le conseguenze estreme di una società in crisi, Ballard tuttavia non demonizza la tecnica in quanto tale, ma ne smaschera la vera natura. Quella che ci presenta non è la regressione dell’uomo allo stato di natura, ma lo smascheramento della violenza di fondo propria di ogni organizzazione sociale. È l’attestazione che il conflitto è permanente, e che può assumere la forma della violenza esplicita e dichiarata, come quella della violenza che si esprime indirettamente nei valori portanti delle società avanzate.

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Ballard viene a denunciare tutto il carico ideologico presente nei discorsi di chi vorrebbe affidare alla tecnica tutte le risposte ai problemi dell’uomo, tanto che in certi passi del romanzo sembra di poter leggere come non gli individui, ma il condominio sia, in qualche modo, il soggetto stesso della storia. È il condominio a generare conflitti, ad ordinare i singoli, ad unirli e dividerli. Razionalismo e tecnica hanno contribuito a migliorare l’esistenza, ma l’eccesso di civiltà prende inevitabilmente la forma della repressione. Repressione che non può mai, però, estinguere o incanalare e trasformare tutto di carico di energie che pervadono gli inquilini imbrigliati nella “condotta formale tipica del grattacielo”. Di qui le crepe reali nelle mura e la spasmodica ricerca di motivi per far scoppiare il conflitto. Nel grattacielo operano le leggi dell’adattamento e i migliori sono mossi da un lucido istinto che li preserva: “Il grattacielo aveva creato una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemozionale, insensibile alle pressioni psicologiche della vita di condominio, con esigenze minimali in fatto di privacy e capace di prosperare, come una macchina di nuova generazione, nell’atmosfera neutra. Era il genere di abitante che si accontentava di restare seduto nel suo carissimo appartamento a guardare la televisione senza audio, aspettando che i suoi vicini commettessero un errore”. Qualcosa come un istinto elevato alla potenza del burocrate dipinto da Weber o nei romanzi di Kafka. Divisione per classi, antagonismo, ascesa sociale. Tutto nel vetro, nell’acciaio, nel cemento. Ballard, per mostrare la sua ipotesi antropologica non invita ad uscire furi dalla civiltà, dalla tecnica o dal progresso, ma lascia vedere come la natura operi anche e soprattutto nella cosiddetta civiltà. Spogliati dei loro ruoli sociali, gli uomini vivono nella difesa del territorio e di se stessi. Gli scarti, i rifiuti, il pattume, lo sfasciume, i cadaveri, tutto questo non si contrappone al condominio, ma ne è parte costitutiva. La barbarie non si contrappone alla civiltà, ne è il senso, così come tutto quello che è fondamentale – sesso, potere, incolumità personale – continua ad agire. Vi sono semplicemente più mediazioni. Qui è praticato il sospetto, il metodo genealogico, il chieder conto delle origini e dei motivi che spingono gli uomini ad organizzarsi in forme sempre più complesse e vincolanti, anche se apparentemente liberali, ottimistiche, positive.

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2 commenti su “J.G. Ballard, Il Condominio

  1. wwayne
    settembre 3, 2013

    Negli ultimi anni ho letto solo 9 libri di fantascienza. Li elenco nell’ ordine in cui li ho letti:

    J. G. Ballard, “Deserto d’ acqua”
    Poul Anderson, “Quoziente mille”
    Richard Paul Russo, “Angelo meccanico”
    Richard Paul Russo, “Cyberblues – La missione di Carlucci”
    Richard Paul Russo, “Frank Carlucci investigatore”
    Richard Kadrey, “Metrofaga”
    Stephen King, “22/11/’63″
    Stephen King, “The Dome”
    James Morrow, “Il ribelle di Veritas”

    A parte “Quoziente mille” (che aveva un ottimo spunto di trama e un ottimo inizio, ma più andava avanti e più peggiorava), gli altri 8 mi sono rimasti tutti profondamente impressi. Soprattutto “Angelo meccanico” e “Cyberblues – La missione di Carlucci”, che ti raccomando se non li hai ancora letti.

  2. Pingback: Dall’uomo alla guerra, passando per la materia – Terra di morte di J. G. Ballard | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 24, 2013 da con tag , .

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